Per cosa vale la pena vivere? Per cosa siamo disposti a morire? Sono queste le domande che albergano nella mente di Pietro Maccabei, in scena col suo Casa mia al Polo Ferrara nel quartiere Corvetto nel contesto del FringeMI 2026.
Pietro è un giovane attore, ha tutto l’entusiasmo per cercare una risposta a queste domande. Ma è il 2020: il mondo ha momentaneamente chiuso le sue porte per la pandemia e Pietro si trova bloccato in una casa con due sole finestre. Una vera, che affaccia su un altro palazzo, e un’altra che si apre cliccando con il telecomando: lo schermo televisivo, che ventiquattr’ore su ventiquattro riversa aggiornamenti sulla disastrosa situazione al di fuori delle sue quattro mura.
L’unico intrattenimento di Pietro è il suo coinquilino, Daniel Santantonio. O, meglio, la sua chitarra: Daniel trascorre infatti quegli interminabili giorni suonando. Pietro dapprima lo ascolta poi, piano piano, comincia a raccontargli alcune storie. Sono aneddoti sulla sua vita ad Assisi, sua città d’origine, esperienze o anche solo riflessioni. Ecco che Pietro inizia a creare una sorta di Decamerone contemporaneo, ambientato nell’annus horribilis della pandemia, ed ecco che prende forma lo spettacolo Casa mia.
La formula, un intreccio di storie musicate, è semplice e vincente: Pietro racconta e Daniel suona (e canta).
La musica di Daniel non è un mero accompagnamento usato come sottofondo, ma parte fondante dello spettacolo, quasi un vero e proprio personaggio. Viene usata con sapienza e precisione, enfatizza momenti salienti e culla parole più dolci, si insinua nelle pause e crea l’atmosfera giusta per ogni scena.
La narrazione di Pietro è quasi di calviniana memoria: i suoi racconti scorrono come immagini precise e nitide, susseguendosi davanti agli spettatori con chiarezza cinematografica. Sono così intensi e coinvolgenti che anche il luogo anti-teatrale come la Bocciofila dove si svolge lo spettacolo, con neon bianchi che penalizzano le luci di scena, sembra trasformarsi nelle atmosfere e nei posti narrati dall’attore.
Attraverso le sue parole, Pietro ci porta ad Assisi, nella sua città, la «fanciulla dalle rosee guance», come la definisce liricamente suo padre. Ci fa scendere dallo storico Intercity col nome del poeta latino, il Tacito, l’unico collegamento diretto con l’Umbria per il ragazzo fuorisede, e ci fa ammirare, intravisto al di là del finestrino, un panorama dipinto di rosa dai raggi del sole. Ci racconta dei tempi della seconda guerra mondiale, in cui suo zio era al fronte e poi ci apre le porte della sua casa durante le feste di Natale.
La narrazione è una carrellata di aneddoti di vita vissuta, di scene di vita quotidiana: sembra di sentire tutti i profumi, le voci, le note, i sapori. Con parole semplici, dirette e personali, e una grande capacità di comunicare, arrivando dritti in chi li ascolta, Pietro e Daniel tengono il pubblico sospeso ad ascoltarli per più di un’ora, facendo ridere e commuovere.
Casa mia cerca così di rispondere a quei due grandi quesiti iniziali che albergano nella mente di Pietro e, forse, nelle menti di tutti noi, accendendo una luce sui ricordi, sulle persone, sulla sua vita, e invitandoci a entrare, figuratamente, in casa sua. E allora viene da chiedersi, ancora una volta: per cosa vale la pena vivere? Per cosa siamo disposti a morire?

Martina Lavorano 


immagine di copertina: foto di Alessandro Villa

CASA MIA
scritto e interpretato da Pietro Maccabei
musiche dal vivo di Daniel Santantonio

La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026