In un panorama culturale segnato da risorse instabili, la forza dei festival risiede nella capacità di costruire alleanze tra realtà cittadine, generando reti e immaginando forme di sostegno non fondate solo su contributi ministeriali ma su relazioni durature. È questo il cuore di Insolito Festival, promosso dall’associazione MicroMacro ETS e programmato tra agosto e ottobre: un festival diffuso che non chiede semplicemente di “andare a teatro”, ma porta il teatro dove solitamente non c’è, creando una complicità tra luoghi e spettacoli che diventa, oggi più che mai, una risposta creativa alla precarietà dei finanziamenti pubblici.

L’edizione 2025 ha affiancato voci solide e riconoscibili del panorama contemporaneo, come Marta Cuscunà, Sotterraneo e Babilonia Teatri, a proposte di artisti meno noti ma sempre di alto livello qualitativo. Abbiamo scelto di raccontare la relazione tra luoghi e performance attraverso quattro spettacoli meno conosciuti, che ci sembrano particolarmente rappresentativi dello spirito e della poetica del festival.

I contenuti sono esito di un progetto di formazione universitaria promosso dal Corso di laurea magistrale in Giornalismo, cultura editoriale, comunicazione ambientale e multimediale dell’Università di Parma (referente professoressa Roberta Gandolfi).

Sei Sassolini, foto ufficio stampa

Oltre il teatro per l’infanzia: Sei sassolini e K (-A-) O – Faccine

Che cosa significa davvero fare teatro per bambini e ragazzi, senza semplificare il mondo che si vuole raccontare? Due spettacoli rivolti alle giovani generazioni hanno proposto un’idea non stereotipata di infanzia, anche attraverso un originale coinvolgimento dello spettatore.
Sei Sassolini, nato dalla regia e drammaturgia di Riccardo Reina e ispirato al libro La bilancia dei Balek di Heinrich Böll, racconta una storia di ingiustizia sociale perpetrata dalla nobile famiglia Balek a danno di un intero villaggio, fino a quando un bambino non scopre l’inganno che si cela dietro le ricchezze della famiglia. Lo spettacolo è stato presentato all’interno dell’Antica Farmacia San Filippo Neri, uno spazio che restituisce al visitatore l’atmosfera del laboratorio farmaceutico di una volta, tra barattoli di spezie e unguenti. Nel cortile interno, gli spettatori sono stati invitati a curiosare – servendosi di lenti di ingrandimento – tra le miniature del villaggio in cui è ambientata la storia.

K (-A-) O, creato e interpretato da Kenji Shinohe e presentato al teatro della scuola primaria Anna Frank, offre invece una riflessione non scontata sulle forme di relazione nell’affollato cloud virtuale contemporaneo. Lo spettacolo affronta infatti il tema della comunicazione digitale e della solitudine quasi esclusivamente attraverso il linguaggio del corpo, della mimica facciale e di dispositivi tecnologici essenziali. In scena, Shinohe costruisce una partitura fisica fatta di scatti improvvisi, ripetizioni ossessive, micro-espressioni che si deformano e si ricompongono, come se il volto stesso diventasse un’interfaccia instabile, attraversata da emozioni semplificate e subito cancellate. Le “faccine” che popolano il nostro quotidiano digitale sembrano così tradursi in posture, tic, sorrisi congelati e smorfie forzate, rivelando lo scarto tra la complessità dell’esperienza emotiva e la povertà dei segni con cui spesso la comunichiamo. Rivolgersi alle giovani generazioni con un linguaggio così ellittico e non narrativo è una scelta coraggiosa, che però comporta anche il rischio di dare per scontati strumenti di lettura che non sono ancora pienamente acquisiti. Per questo motivo, abbiamo deciso di confrontarci con le curatrici Beatrice Baruffini e Angela Forti per capire le motivazioni alla base di questa scelta artistica. «I bambini riescono a percepire quando vengono trattati da persone competenti», ci ha raccontato Beatrice Baruffini, sintetizzando la filosofia della ricerca radicale portata avanti da MicroMacro. La volontà di far uscire gli spettatori più piccoli dalla bolla protetta dell’infanzia e di mettere in moto il loro pensiero e le loro capacità è, infatti, una delle missioni dell’associazione che organizza il festival: «se il bambino a distanza di anni avrà voglia di ripensare all’esperienza, o chiacchierare dello spettacolo con l’aiuto di un adulto, di fatto è un bambino che viene chiamato a ragionare». Ed è proprio questo il punto: dare a ogni singolo spettatore l’opportunità di confrontarsi con la complessità della performance, senza smussarla, e lasciare che essa parli in modo diverso a ogni individuo del pubblico. Non a caso, nonostante i due spettacoli ricadessero sotto l’etichetta “infanzia” nel sito del festival, tra il pubblico erano presenti anche molti adulti e studenti: Insolito, infatti, vuole essere un festival trasversale e intergenerazionale, in cui gli spettacoli comunicano a più livelli. Questa ricerca sul teatro per le nuove generazioni rifiuta, dunque, la concezione di un teatro per l’infanzia retorico, con messaggi e una “morale” specifica ed esplicita.

Eutopia, foto Giulia Lenzi

Il teatro come un gioco da tavolo: Eutopia

Un evento performativo può ispirarsi alle dinamiche del gioco da tavolo? Trickster-p, compagnia di ricerca artistica nata da Cristina Galbiati e Ilija Luginbuhl e operante in Svizzera, dimostra che questo è possibile con Eutopia, un originale gioco/spettacolo per soli 20 spettatori alla volta. Le quattro repliche programmate da Insolito hanno trovato ospitalità nella Sala Civica Cittadella: lo spazio è stato allestito per l’occasione con luci soffuse, piccoli sgabelli intorno a dei tavolini e un tavolo centrale con una grande scacchiera da gioco, illuminato da una lampada vistosa, unico arredo scenico dello spettacolo. L’evento conduce il pubblico a una riflessione attiva sugli scenari biologici, ecologici e antropologici che ci attendono nel prossimo futuro. Per farlo, quale modalità migliore se non quella di partecipare a un gioco da tavolo, divisi in gruppi di quattro persone e costretti a decidere con i compagni come muovere le proprie pedine – grandi e in legno colorato, in rappresentanza di organismi animali, vegetali o umani – sullo scacchiere del pianeta terra? I due performer fungono da maestri cerimonieri, l’una intenta ad aprire le danze ad ogni giro di tavolo, l’altro pronto a spiegare, con i modi affabili del divulgatore scientifico, le conseguenze delle nostre azioni.
Ma si tratta di un gioco competitivo o può diventare un’azione cooperativa? Solo nel corso dei vari turni i due artisti/imbonitori, in dialogo con noi giocatori, insinuano e suggeriscono che forse si possono unire le forze per creare un ecosistema in equilibrio, in cui le varie comunità di esseri viventi possano coesistere. La riuscita, si scoprirà, non è per nulla scontata e forse è anche più difficile che mettersi gli uni contro gli altri. Da questo momento in poi, dunque, ogni squadra dovrà scegliere se perseguire i propri scopi o se agire collettivamente collaborando con gli altri, a volte persino a discapito dei propri obiettivi. Lo spettacolo dà vita a una riflessione critica sulla possibilità di creare nuovi mondi, convivendo con forme di vita diverse dalla nostra ma non per questo meno complesse e meritevoli di esistere. Si tratta di un’esperienza totalmente in linea con la filosofia di Insolito Festival: un tipo di teatro innovativo, pensato per pochi spettatori alla volta, che brilla nell’invenzione di dispositivi partecipativi capaci di generare domande e idee sulla realtà in cui viviamo.

Spritz, foto ufficio stampa

Rivoluzioni e teatro d’oggetto: Spritz

Insolito indaga con prospettiva innovativa il teatro d’oggetto e di figura, ambito che gli artisti di MicroMacro desiderano riscattare da una forma unicamente infantile. Per il secondo anno di fila, MicroMacro pensa per il festival una creazione ad hoc, nella forma di teatro d’oggetto per adulti: si tratta di Spritz, spiritoso divertissement della direttrice del festival Beatrice Baruffini insieme a Giacomo Tamburini della compagnia Baladam B-Side.
Ma dove si va a Parma per uno spritz? Le due repliche si sono svolte in luoghi complici. La prima alla Sala Santa Brigida, un locale in stile liberty che ospita un piccolo palcoscenico e che favorisce un clima intimo e la vicinanza artista-pubblico come previsto da Insolito. La presenza del bancone bar rende lo spazio conviviale, trasformandolo in un luogo di ritrovo e non solo di fruizione artistica. La seconda replica, invece, ha avuto luogo nel nuovo spazio WOPA, alle spalle della stazione, un edificio industriale riconvertito per far spazio a creatività, aggregazione e sperimentazione. È presso quest’ultimo locale che abbiamo partecipato alla performance, partendo dal bancone del bar (dove, nomen omen, ci è stato subito offerto uno spritz). In sala, un semicerchio di sedie è disposto attorno a un tavolo con altre due sedie vuote, destinate ai due attori; poco dopo, i due si dirigono al tavolo, chiacchierando e sorseggiando un Aperol spritz e un Cynar spritz, ordinati sul momento al fittizio barman Gigi.
Ma ecco un inaspettato e improvviso ribaltamento delle parti: a diventare protagonisti sono ora i due bicchieri sul tavolo che iniziano una conversazione tra loro grazie alle voci dei due attori. Lo scambio di ruoli cattura il pubblico, lo diverte e lo fa immergere nella storia d’amore che, rapidamente, nasce tra i due aperitivi mentre questi pianificano una rivolta contro i “padroni” umani. Contagiati, alziamo i calici e inneggiamo alla rivoluzione dei bicchieri. In questo slittamento ludico e insieme politico, Spritz dimostra come il teatro d’oggetto possa trasformare un gesto quotidiano in una piccola parabola ironica sul desiderio di autonomia, affidando agli oggetti una funzione narrativa e critica sorprendentemente efficace.

Nel suo insieme, Insolito Festival si conferma come un progetto capace di coniugare ricerca artistica e radicamento nel territorio, costruendo un dialogo vivo tra spettacoli, spazi e comunità. La scelta di portare il teatro in luoghi non convenzionali va dunque interpretata come una precisa dichiarazione poetica: creare contesti in cui l’esperienza artistica diventi occasione di incontro, di ascolto, di condivisione e di cura.

a cura di Eugenia Clemente, Nicole Maruzzo, Giada Volpini


in copertina: foto ufficio stampa

SEI SASSOLINI
ovvero il peso dell’ingiustizia
drammaturgia e regia Riccardo Reina
con Angela Forti, Yele Canali Ferrari / Aron Tewelde, Riccardo Reina
scene e figure Angela Forti

EUTOPIA
creazione Trickster-p
concetto e realizzazione Cristina Galbiati e Ilija Luginbühl
collaborazione artistica Simona Gonella, Yves Regenass
collaborazione al game design Pietro Polsinelli
spazio sonoro originale Zeno Gabaglio
occhio esterno Martina Mutzner
assistenza e collaborazione alla costruzione Arianna Bianconi
grafica e consulenza all’allestimento Studio CCRZ
foto e teaser Giulia Lenzi
produzione Trickster-p, LAC Lugano Arte e Cultura
co-produzione Theater Chur, ROXY Birsfelden, Südpol Luzern, TAK Theater Liechtenstein, FOG Triennale Milano Performing Arts
residenza di creazione Le Grütli – Centre de production et de diffusion des Arts vivants
con il sostegno di Pro Helvetia – Fondazione svizzera per la cultura, DECS Repubblica e Cantone Ticino – Fondo Swisslos, Città di Lugano, Comune di Novazzano, Fachausschuss Tanz & Theater BS/BL, SWISSLOS/Kulturförderung Kanton Graubünden, Landis & Gyr Stiftung, GKB BEITRAGSFONDS, Stiftung Dr. Valentin Malamoud, Boner Stiftung für Kunst und Kultur, Bürgergemeinde Chur, Fondazione Winterhalter”

SPRITZ
ideazione, drammaturgia e regia Antonio “Tony” Baladam
cura dell’animazione degli oggetti Beatrice Baruffini
con Giacomo Tamburini, Beatrice Baruffini
produzione La Piccionaia