Nell’introduzione alle Opere complete di Primo Levi (Einaudi, 1997), lo scrittore Daniele Del Giudice si sofferma su uno dei nodi più significativi della scrittura di Levi: la funzione della testimonianza, «una rappresentazione e messa in scena delle cose, vincolata strutturalmente ed eticamente a un esito di verità. Ed è qui che il testimone mette al lavoro la finzione, la sua finzione. L’esito di verità non è soltanto, ovviamente, quello degli eventi narrati, ma la verità quanto più approssimata all’‘indicibile’ cuore di ciò che appare non parlabile, ciò cui ogni parola è inadeguata». La testimonianza, quindi, si manifesta come rielaborazione di un vissuto traumatico, ma anche come via di accesso per mettere in forma una verità che si sottrae al dire, e quindi a una dimensione di condivisione.

Le parole di Del Giudice risuonano nella prospettiva da cui Fabiana Iacozzilli rilegge il disastro aereo delle Ande, avvenuto nell’ottobre 1972, e gli eventi che si sono susseguiti, dando vita a uno degli spettacoli più sorprendenti e significativi di questa stagione: Oltre, questo il titolo del lavoro, ripercorre alcuni frammenti della storia che ha visto coinvolti gli atleti della squadra di rugby Old Christians Club e alcuni loro familiari e amici in seguito allo schianto del velivolo dell’aeronautica militare uruguaiana su cui viaggiavano, diretto a Santiago del Cile. Dei quarantacinque passeggeri, solo ventinove sopravvivono all’impatto; di questi, altri tredici non riuscirono a rimanere in vita fino all’arrivo dei soccorsi (ben settantadue giorni dopo lo schianto). In scena, il piano narrativo della vicenda viene restituito dalle voci di alcuni sopravvissuti alla tragedia: le registrazioni sono state raccolte durante un viaggio compiuto a Montevideo dalla stessa Iacozzilli insieme a Linda Dalisi – che con lei firma la drammaturgia – per incontrare alcuni ex atleti (oggi 70/75enni) e i parenti delle vittime, e conoscere da vicino anche i luoghi della loro quotidianità. Sul palcoscenico, però, non troviamo né le persone che hanno realmente vissuto gli eventi né attori e attrici che dichiarano di reincarnare in scena il vissuto traumatico dei superstiti (come invece l’ampia diffusione sulle scene contemporanee del reality trend ci spingerebbe ad aspettarci): si fanno spazio, invece, i meravigliosi e malinconici puppet realizzati da Paola Villani (che firma anche lo spazio scenico) per restituire in scena il contraltare corporeo dei reduci, ma anche di coloro che non sono riusciti a tornare a casa. La tragedia viene così filtrata attraverso il corpo pressoché muto del pupazzo, animato solo da sospiri, tenui singhiozzi, e suoni del suo movimento (sapientemente curati da Franco Visioli). Una scelta, questa, capace di evitare il rischio di un eccessivo patetismo: la dimensione materica del corpo si sostanzia come centro della narrazione, diventando la lente attraverso cui osservare gli eventi.

foto di Gianluca Pantaleo

Le figure, ispirate al mondo dell’artista svizzero Alberto Giacometti, paiono fatte di pietra e ossa, scheletrici sembianti emaciati e dagli occhi incavati, scuri e vuoti, e restituiscono con immaginifica potenza la trasformazione corporea vissuta dalle persone coinvolte nel disastro. Si muovono nei dintorni della carcassa dell’aereo che, dopo l’avvenuto disastro, perde la sua funzionalità e si trasforma in un’oggettivazione della tragedia, ma anche in un luogo di protezione e salvezza dal gelo. Il corpo dell’aereo è lì in scena, ma tra il suo decollo e l’atterraggio catastrofico qualcosa non torna, vengono meno sedici persone, e la carcassa si trasforma così in un testo frammentario, da decifrare per ricostruire l’accaduto. Mentre le voci ci raccontano della pelle crepata per la prolungata esposizione alle basse temperature, vediamo i volti dei pupazzi disfarsi, i loro petti frantumarsi, lentamente decomporsi, in cerca di una salvezza che pare impossibile. I puppet sono manovrati da sette notevoli performer mai nascosti dietro le figure, ma anzi in aperto dialogo silenzioso con i corpi martoriati dei sopravvissuti, con i quali si scambiano toccanti sguardi di tenerezza e ascolto. Sembrano quasi condurli dolcemente in scena, come fossero figure semivive incapaci di un movimento autonomo, ma sempre soggette alla necessità di un delicato supporto. Fabiana Iacozzilli lascia sapientemente a ciascun performer un singolare spazio di espressione, quasi un florilegio di brevi assoli che lasciano emergere le specifiche qualità sceniche di ciascuno. Difficile dimenticare il momento in cui, accompagnando la morte per gelo e denutrizione di uno degli atleti, Isacco Venturini intona I’m Never Gonna Fall in Love Again e, dopo aver tenuto tra le braccia il corpo della marionetta che poco prima volteggiava in aria in una fantasmagorica ricostruzione di un’azione di rugby, lo adagia lentamente sulla pila dei deceduti; o quando la danzatrice Giselda Ranieri, immersa tra le luci stroboscopiche e muovendosi a rallentatore, restituisce con chiaro impatto visivo la fatica fisica del movimento in mezzo alle intemperie. 

foto di Gianluca Pantaleo

Spicca poi con forza la scena in cui Evelina Rosselli – una delle attrici più interessanti della nuova scena, nella terna delle migliori interpreti under 35 al Premio Ubu 2025 – restituisce al pubblico uno dei momenti chiave della vicenda, ovvero il racconto della scelta dei superstiti di nutrirsi dei cadaveri dei compagni deceduti. Rosselli tiene in mano una lettera e inizia a leggere le parole scritte da uno degli atleti alla fidanzata, condividendo con lei il dilaniante conflitto interiore provocato dall’ipotesi di quel gesto estremo gesto: un superamento del limite oltre il tabù, la strenua forza della volontà di sopravvivenza al di là dei limiti impensabili. Ed ecco che, ancora, nel finale, questa spinta trova un ulteriore canale di espressione: due giocatori, Canessa e Parrado, legati anche da una forte amicizia, scelgono di andare in esplorazione per trovare soccorsi: le sedici persone rimaste sono ormai allo stremo, non resta altra scelta. E qui il linguaggio del teatro di figura riverbera in tutta la sua potenza: Rosselli – a lato della scena, come una voce narrante esterna – racconta la spedizione. Gli spettatori seduti in platea si trasformano, con i loro corpi da scalare e attraversare, nelle montagne che separano i dispersi dal resto del mondo. La voce narrante racconta poi dell’improvviso apparire del suono degli elicotteri, in arrivo per attuare le operazioni di recupero. Canessa e Parrado sono arrivati a destinazione. Ed ecco che in quello stesso momento, in tutta la platea si avverte un rilascio della tensione, un respiro collettivo che restituisce un viaggio condiviso.

Anche noi, come spettatori, abbiamo compiuto un viaggio nell’abisso dell’essere umano insieme ai superstiti di questo disastro, ritrovandoci tutti insieme come comunità a raccogliere i pezzi di ciò che è solo possibile trovare “oltre”. Ci trasformiamo, così, in «testimoni dell’inaudito», scriveva Del Giudice: l’evento tragico esiste solo nel momento in cui trova rispecchiamento in chi lo riceve, vero e proprio testimone, che raccoglie il racconto e ne certifica l’esistenza, facendone memoria.

Alice Strazzi


in copertina: foto di Gianluca Pantaleo

OLTRE
Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande
ideazione e regia Fabiana Iacozzilli
drammaturgia Linda Dalisi, Fabiana Iacozzilli
con Andrei Balan, Francesco Meloni, Marta Meneghetti, Giselda Ranieri, Evelina Rosselli, Isacco Venturini, Simone Zambelli
dramaturg Linda Dalisi
scene e progettazione puppets Paola Villani
musiche e suono Franco Visioli
luci Raffaella Vitiello
cura dell’animazione Michela Aiello
aiuto regia Cesare Del Beato
assistenti alla regia volontari Matilde Re e Francesco Savino
con le testimonianze di Roberto Canessa, Beatriz Echavarren, Roy Harley, Soledad Inciarte, Susana Danrée de Magri, Ana Ines Martínez Lamas, Juan Pedro Nicola, Alejandro Nicolich, Gabriel Nogueira, Claudia Pérez del Castillo, Eduardo Strauch, Teresita Vásquez, Gustavo Zerbino
traduttrici e interpreti Virginia Gramaglia, Diana Da Rin
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
in coproduzione con Cranpi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
con il sostegno e debutto nazionale Romaeuropa Festival
con il sostegno del Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale, Teatro Biblioteca Quarticciolo
con il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura di Montevideo
un ringraziamento a Fivizzano27 e al Comune di Gubbio
un ringraziamento speciale a Biblioteca Nuestros Hijos