Per entrare nel Cortile d’onore della Sormani si chiede, oltre al silenzio, una rinuncia insolita: la modalità aereo. Non è un cerimoniale di contorno, perché il lavoro di Nicola Galli e Rafael Candela, in occasione della quarantesima edizione di MILANoLTRE, parte proprio da qui.
Nell’Ottocento il cosmorama era un apparecchio ottico: lo spettatore, seduto, guardava attraverso una lente le vedute di paesi lontani e il mondo gli arrivava già composto, a distanza di sicurezza, come oggi arriva da uno schermo. Galli rovescia il dispositivo: sospende la lente, fa alzare il pubblico e gli affida due lunghe aste dorate, strumenti per cercare un altrove invece di guardarlo da lontano. Il lavoro, ospitato in una casa di libri, dove le pagine custodiscono storie, immagini e mondi possibili, si articola in quattro dimensioni.
La prima dimensione è il Cortile d’onore. Attorno al pozzo di pietra, senza musica, i due corpi disegnano gesti minimi, figure lente, costellazioni. Poi arrivano i primi tintinnii, come meteore, e la danza cresce senza fretta, come se cercasse le proprie coordinate. L’energia preme contro lo spazio ristretto e lo oltrepassa. Nel frattempo, alcuni lettori sollevano la testa dai libri, richiamati dalla danza verso altri mondi. La performance ha varcato i propri confini prima ancora di mettersi in viaggio.
Il paradosso sta nella scelta del luogo. Galli, che ha frequentato paesaggi aperti e orizzonti vasti, sceglie uno spazio che non può distendersi e proprio lì trova terreno fertile per l’immaginazione. L’altrove non è una distanza, è un modo di guardare: per immaginare non serve l’immensità, bastano un luogo piccolo, un limite, qualcuno di cui fidarsi e una coreografia condivisa.
Le due aste dorate prolungano i corpi e a tratti sembrano moltiplicarsi, deformate dalla prospettiva. Non si capisce se siano i danzatori a guidarle o loro a guidare i danzatori. Funzionano come bacchette da rabdomante: non afferrano, rispondono. Tracciano linee, misurano distanze, sondano uno spazio interno ed esterno insieme, che esiste solo nell’atto di essere cercato. Poi i due si allontanano e il pubblico li segue.
Nel corridoio si passa alla seconda dimensione. Lo spaesamento è breve e la fiducia nei danzatori lo dissolve; il tempo dura poco, ma si percepisce dilatato. Si incontrano le vite degli altri, persone che studiano o riposano, mondi altrui. La quotidianità si confonde con la scena, fino a non sapere dove finisca la performance e dove cominci ciò che accade ogni giorno. Il movimento si fa quasi ipnotico e a tratti sfiora la monotonia: qualcosa comincia a emergere soltanto attraversando questo stretto corridoio, senza che il senso venga consegnato in anticipo.
Così si arriva in giardino. Tra alberi, siepi e panchine a semicerchio si impone La caccia al cinghiale di Agenore Fabbri, con i cavalieri e le lance all’inseguimento della preda. Qui l’asta serve a conquistare un bersaglio, mentre nella coreografia è un’estensione del corpo, un mezzo per esplorare. Nel primo libro del De rerum natura, Lucrezio immagina un giavellotto scagliato oltre il confine dell’universo: se qualcosa lo ferma, quel limite non è assoluto; se nulla lo ferma, lo spazio prosegue. Galli sembra riprendere la domanda, ma ne rovescia il gesto: l’asta resta salda tra le mani. Non serve a verificare dove finisca il mondo, ma a esplorare ciò che lo sguardo non raggiunge. È la siepe del giardino, infatti, a sottrarre l’orizzonte e proprio per questo a farlo immaginare: ciò che impedisce di vedere può diventare ciò che permette di pensare.
Nella quarta dimensione quel pensiero diventa comune: lo spettatore è incluso. I due affidano le aste al pubblico, che vi poggia le mani senza stringerle come un’arma, e si mette in cammino verso la siepe. Tutti, ormai, sono danzatori. Il confine si attraversa insieme, con la più naturale delle coreografie: stare vicini e muoversi allo stesso passo. Nulla viene lanciato fuorché lo sguardo. Alla fine le aste vengono piantate a terra, come un totem arcaico che chiude la cerimonia: il luogo cercato è ormai un luogo abitato.
Che cosa ci sia oltre la siepe non è dato vedere: ci si va, e non da soli. Qui Cosmorama trova il suo approdo: il mondo, che l’apparecchio ottocentesco offriva come veduta, diventa uno spazio da abitare insieme. Ciascun lettore custodisce il proprio mondo; per un istante, i mondi si congiungono. A volte basta fermarsi, disconnettersi, guardare diversamente ciò che sembra noto e trovare qualcuno disposto a seguire lo sguardo. Anche tra le mura di una biblioteca, anche nel giardino di casa, il mondo non finisce dove finisce ciò che si vede.
Oksana Dupi
Cosmorama
concept e coreografia Nicola Galli
interpreti Nicola Galli, Rafael Candela
drammaturgia Giulia Melandri
cura e promozione Margherita Dotta
produzione LAC Lugano Arte e Cultura, TIR Danza
residenza artistica Margine Operativo, supportata dalla Rete Ecoritmi, Fondazione Roma Tre Teatro Palladium, Eticae, Margine Operativo, con il contributo del Ministero della Cultura – Next Generation EU
creazione selezionata per NID Platform 2026
Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a MILANoLTREview 2026