di Enza Piccolo, Nunzia Antonino e Carlo Bruni
regia di Carlo Bruni
visto al Teatro Elfo Puccini di Milano _ 29 gennaio–3 febbraio 2013

Sul palcoscenico raccolto della Sala Bausch dell’Elfo Puccini ci sono solo una sedia e una donna. A venire evocata è la vita di Eleonora Fonseca Pimentel, nobildonna portoghese, napoletana d’adozione e protagonista della breve rivoluzione partenopea del 1799.
Sullo sfondo musicale dei Madredeus (gruppo simbolo della capitale portoghese, scelto non a caso da Wim Wenders per Lisbon story) Nunzia Antonino offre al pubblico un bell’esempio di teatro civile. Il monologo tratto dal racconto di Enza Piccolo è una sorpresa: la drammaturgia tratteggia con tocchi ispirati gli slanci di un’epoca in cui gli echi della Rivoluzione americana, dell’Illuminismo e della caduta dell’Ancien regime arrivano anche nel nostro Sud. In cella in attesa di salire al patibolo, Eleonora Pimentel ripercorre la sua esistenza: dall’infanzia felice in una famiglia colta e cosmopolita, al matrimonio combinato, al dolore delle mancate maternità, fino alla rinascita attraverso la cultura e il tentativo, poi fallito, di condividerla con i ‘pezzenti’ dei Quartieri Spagnoli.
Fra questi vi è la serva Graziella: analfabeta e capace di esprimersi solo in dialetto, fatalista e rassegnata a una vita di umiliazioni e povertà perché “c’è chi nasce signora e chi zoccola”, sarà l’unica a piangere la nobildonna dopo l’esecuzione.

La Pimentel, una delle prime giornaliste in Europa e una delle poche donne ammesse alla Accademia dell’Arcadia, poetessa apprezzata da Metastasio, è animatrice di un circolo di intellettuali e del “Monitore napoletano”, ma soprattutto è strenua sostenitrice dell’importanza dell’istruzione per sollevare il popolo dalla propria miseria materiale e morale. Un popolo talmente abbrutito dall’ignoranza da allearsi con nobiltà e clero, che hanno tutto l’interesse a mantenerlo in stato di soggezione.

La voce narrante dà vita anche ai diversi personaggi che hanno segnato l’esistenza della Pimentel – dal marito tracotante e volgare, ai cortigiani ignoranti, agli amici intellettuali, allo studente Gennaro, mandato al patibolo per il suo amore della libertà – usando tutte le sfumature di un dialetto partenopeo che sembra nato per il palcoscenico.
La Antonino sa infondere con la parola e la gestualità ora una vibrante nostalgia, ora un’orgogliosa indignazione, lasciandosi andare solo occasionalmente a un eccesso di pathos,  suscitato inevitabilmente dal crescendo drammatico della vicenda.
Ci si emoziona e ci si lascia coinvolgere volentieri da una vicenda che presto assume una portata universale. A margine, viene da interrogarsi su quanto teatro contemporaneo stia assumendo la forma del monologo, con scenografia ridotta al minimo, costumi essenziali e durata limitata. Distinguere tra una consapevole scelta comunicativa e registica e una semplice necessità economica diventa spesso difficile, di questi tempi.

Simona Lomolino