La possibilità di vedere più spettacoli di uno stesso artista consente una preziosa lente di osservazione utile non tanto per decretare “il più riuscito” tra i lavori presentati – una pratica critica riduttiva, a cui talvolta non si riesce a rinunciare – ma piuttosto per mettere a fuoco un mosaico poetico, e per delineare un percorso di ricerca.
Ecco perché risulta particolarmente significativa la scelta del direttore artistico della Biennale Teatro Willem Defoe – coadiuvato dai due consulenti Andrea Porcheddu e Valentina Alferj – di presentare per intero il trittico Romance Familiare, del regista greco-albanese Mario Banushi (classe 1998) in occasione del conferimento del Leone d’Argento. Il pubblico italiano aveva già avuto modo di incontrarlo nella stagione Teatro della Triennale Milano con MAMI (febbraio 2026) e Goodbye, Lindita (2025), ma la tappa veneziana ha permesso al pubblico di osservare le fasi di un percorso artistico segnato da un immediato successo e riconoscimento internazionale. Con queste note di regia Mario Banushi accompagna e introduce il trittico nel catalogo della Biennale: «Ragada si concentra sul concetto di arrivo, Goodbye, Lindita ruota attorno alla separazione. Taverna Miresia. Mario, Bella, Anastasia, che conclude la trilogia, affronta l’assenza, il vuoto che segue. Credo che il lutto sia qualcosa di silenzioso, soffocante, dove le parole sono assenti o non contano poi molto, alla fine».

E proprio nell’impossibilità della parola di raccontare il dolore, come invece i corpi, nella loro vicinanza, sanno e possono fare, prende forma un suggestivo teatro d’immagine, dalle atmosfere arcaiche. Una traiettoria che ha avuto modo di svilupparsi, e ampliarsi anche grazie all’arcata produttiva che lo ha accompagnato: Ragada, con cui ha debuttato in un appartamento ateniese (appena dopo il diploma in Accademia), ha mosso fin da subito l’interesse del Teatro Nazionale di Atene e poi del’Onassis Stegi, risorsa economica davvero rilevante nel panorama europeo (non a caso attiva a sostegno di alcuni degli artisti più significativi della scena europea come Tiago Rodrigues, Łukasz Twarkowski, Christos Papadopoulos). Il percorso di Banushi appare come una rarità rispetto a ciò che solitamente accade a un giovane artista: un accesso precoce (per fortuna ogni tanto accade!) a un sostegno economico e produttivo così significativo, soprattutto se osservato in parallelo a ciò che accade agli artisti coetanei, specialmente quelli nostrani; un supporto che ha permesso al regista-attore di progettare a lungo termine, e di portare a un’evoluzione continua la sua poetica teatrale.

Mario Banushi, Ragada, foto ufficio stampa

Nel suo primo lavoro, Ragada, – ripensato per la Biennale Teatro negli ambienti di una suggestiva casa veneziana – si può osservare uno degli elementi ricorrenti nel suo teatro (presente sia nei tre spettacoli della trilogia sia nella sua ultima creazione, MAMI): la presenza di Banushi stesso, in bilico tra un kantoriano regista in scena e l’incantato demiurgo di una materia interiore che non può essere del tutto controllata.
In Ragada lo vediamo impegnato ad accudire l’attrice che incarna la figura materna. Il corpo nudo della donna viene ricoperto di farina, quasi fosse terra, come se Banushi la accompagnasse attraverso un rituale misterioso in cui nascita e morte finiscono per intrecciarsi. Manipolando la pasta sul volto dell’attrice, Banushi costruisce una maschera e, proprio nella concretezza di questa azione, l’immagine smette di essere pura composizione estetica e si rivela nel suo farsi. Si ha l’impressione di assistere direttamente al processo creativo dell’artista, di osservare l’immagine – o meglio, l’idea dell’immagine – mentre nasce sotto i nostri occhi. Ragada riflette così la dimensione profondamente artigianale del lavoro di Banushi, mostrando quanto questa ricerca, dietro la raffinatezza formale, sia radicata in un rapporto concreto, artigianale, con la materia e con il corpo.
Anche in Taverna Miresia. Mario, Bella, Anastasia vediamo apparire il regista: si colloca al di fuori della scena visibile agli spettatori, mostrandosi nel suo osservare ciò che accade. Interviene poi per prendere sulle spalle l’insegna del locale appartenuto al padre, su cui appare la scritta che dà il titolo allo spettacolo: le radici che Banushi si porta con sé e di cui scegliere di farsi carico, il suo luogo d’origine, l’Albania, ma anche la taverna, spazio in cui il cibo si manifesta come fattore di incontro e contatto tra le persone, in un luogo che sa essere casa per le persone che lo abitano e lo attraversano.

Mario Banushi, Goodbye, Lindita, foto ufficio stampa

Un altro nodo che segna la produzione del regista greco-albanese si sostanzia nella capacità del corpo di relazionarsi al lutto, alla perdita; nell’individuazione di uno sguardo rivolto a ciò lo ha preceduto. Dolore ed eredità corrispondono a due lenti per osservare la sua storia biografica e le sue radici: ecco perché Ragada si concentra sul momento originario della nascita e sul legame che instauriamo con il corpo che ci mette al mondo, estendendo questa connessione al rapporto con la terra da cui proveniamo; mentre in Taverna Miresia. Mario, Bella, Anastasia il regista-attore, anche attraverso il suo farsi carico fisicamente di questa eredità, si confronta con il vuoto lasciato dall’assenza di suo padre, attraversandola però grazie al supporto fondamentale dei legami familiari di chi resta (Mario, le sorelle e la madre).

Il terzo capitolo della trilogia prende avvio all’interno di una scena iperrealistica (il bagno di una casa, ma anche il retro della taverna gestita dal padre) dove però presto vediamo apparire un’apertura tra le piastrelle: un lembo di terra, luogo di sepoltura e di compianto della figura paterna attorno alla quale si raduna tutta la famiglia. Non ci sono parole per descrivere il dolore, ma solo un canto antico e straziato, un canto rituale che porta all’emersione delle radici balcaniche, una vicinanza dei corpi che racconta il desiderio di rimarginare lo sradicamento dalla terra d’origine e di affrontare insieme il lutto.
Le immagini che si susseguono nei suoi spettacoli sono inquietanti, misteriose, sorprendenti, capaci di mostrare una realtà che si incrina dietro l’apparente restituzione a specchio del quotidiano. Come quando in Ragada, all’improvviso, dal frigorifero posto in un angolo della stanza esce una cantante che, intonando Feelings, trasforma per un attimo la casa in un locale notturno attraversato da una malinconia sommessa. Intanto Mario continua a nutrire la madre, indifferente a quanto accade intorno: nessuno si scompone, come se la scena si collocasse all’interno di una dimensione logica sfuggente, come quella del sogno.

Si cela qualcosa di realmente magico nel teatro di Banushi, che sconfina continuamente nella creazione di una sorta di filtro onirico capace di frapporsi tra la nostra percezione e il reale, come quando, immersi in un sogno, non riusciamo bene a capire quando è iniziato, o come ci siamo ritrovati in una certa situazione spazio-temporale. E così accade agli spettacoli che compongono Romance Familiare: appaiono davanti ai nostri occhi, come quando sogniamo, e noi ci scopriamo semplicemente già dentro il loro fluire. Trasfigurare il reale per andare oltre: il teatro del regista greco-albanese mette in campo la ricerca di una forma di vicinanza capace di sopravvivere alla separazione, la convinzione che laddove le parole si arrestano siano ancora i corpi, nella loro prossimità, a custodire la memoria del dolore e a renderlo condivisibile. Una possibilità di immaginare, dentro e oltre l’oscurità dell’addio, una forma di rinascita.

Alice Strazzi


in copertina: Mario Banushi, Taverna Miresia. Mario, Bella, Anastasia, foto ufficio stampa