La scorsa estate aveva fatto discutere la scelta di alcuni studenti di non presentarsi all’orale di maturità per sottrarsi alle logiche performative dell’esame di Stato. Per qualche settimana l’episodio ha occupato le pagine dei giornali, raccogliendo adesioni, critiche, prese di posizione; poi, come spesso accade, si è smesso semplicemente di parlarne. Al di là dei giudizi, il gesto ha avuto il merito di mettere sotto i riflettori una questione sempre più cocente: quella di un sistema educativo spesso costruito sulla performance e sul risultato, che rende la scuola una palestra perfetta per una società prestazionale.
A partire da queste (e altre) riflessioni ha preso forma Se volevo vivere sotto pressione nascevo pentola, un progetto di Camilla Parini nato all’interno del percorso di ricerca “Sentieri selvaggi” del FIT Festival di Lugano, dedicato ai ragazzi tra i sedici e i ventidue anni. Dopo un lungo periodo sul campo, in dialogo costante con un gruppo di adolescenti, il progetto è diventato una suggestiva installazione performativa, presentata per la prima volta a Lugano nell’ottobre 2025, e ora proposta a Milano in occasione del Festival Segnali (dal 5 al 7 maggio al teatro Bruno Munari).
Il pubblico è indotto, fin dall’ingresso, a lasciar riaffiorare la memoria emotiva e corporea dei giorni della scuola: un piccolo gruppo di spettatori viene fatto accomodare in un’aula scolastica (vera o ricostruita, a seconda delle sedi scelte), con lo sguardo rivolto alla cattedra e alla lavagna. Qualcuno ride e fa battute, ricalcando forse i ruoli e le maschere sociali di un tempo. Altri non nascondono un certo disagio: chiunque abbia ancora incubi ricorrenti sull’esame di maturità sa che sedersi in un’aula di scuola significa da un lato ringiovanire, dall’altro tornare a un tempo scandito da giudizi e verifiche. Le domande poste live da Camilla Parini – a cui si risponde, come in una lezione, per alzata di mano – amplificano l’ambiguità del déjà-vu, interrogando il nostro rapporto con il fallimento, con le aspettative altrui, con l’ansia e la salute mentale.
Se la prima parte del lavoro gioca sulla performance pubblica (sulla falsariga di esperienze europee ormai canonizzate come quelle di Roger Bernat) la seconda è di natura opposta. Il tempo collettivo si sospende e ogni spettatore è invitato a immergersi nella lettura di un diario che lo attende sul banco, per il tempo che ritiene opportuno: si tratta di un attraversamento privatissimo nei pensieri e nella mente di uno degli adolescenti protagonisti del progetto. Qualche riga lasciata sul banco, in qualche caso, ci fornisce indicazioni su come affrontare la lettura, per esempio ascoltando una traccia musicale; la lettura individuale del diario si fa così dispositivo performativo (ha lavorato sul medesimo principio, tra gli altri, la compagnia Trickster-P con Book is a book is a book). I materiali raccolti da Camilla Parini restituiscono un paesaggio tutt’altro che uniforme. Ma nella faglia sottile tra privato e politico, tra intimità e autorappresentazione, raccontano una generazione schiacciata dall’ansia di non essere all’altezza e dalla paura del fallimento. In questo senso, Se volevo vivere sotto pressione nascevo pentola si inserisce in modo significativo nel dibattito sul teatro per le nuove generazioni mostrando quanto sia limitante l’idea di un “ghetto” destinato a un pubblico definito per età a priori. Camilla Parini, come molti degli artisti impegnati in questo campo, dimostrano invece come adolescenti e adulti si trovino a fare i conti con paure e angosce sorprendentemente simili. In questa direzione si muove del resto tutta la programmazione del Festival Segnali (con la direzione artistica di Renata Coluccini e Giuditta Mingucci) che da anni accoglie spettacoli capaci di mettere in dialogo linguaggi e generazioni.
Maddalena Giovannelli
in copertina: foto di Giulia Imperatori
SE VOLEVO VIVERE SOTTO PRESSIONE NASCEVO PENTOLA
concetto e guida Camilla Parini
con la partecipazione e la creazione di Chiara Fabiani, Linda Jam, Alisina Mohammadi, Jayron Molteni, Mohammad Rahmati, Katarina Ristanovic, Edy Sardei, Eleonora Sartori, Serena Shala, Beatrice Spini, Timmothy Tekle, Manila Tunesi, Giulia Vitale, Arianna Zimmermann
assistente Joséphine Bohr
testi Camilla Parini/Anna Uccelli
supporto drammaturgico Paola Tripoli
collaborazione artistica Simon Waldvogel
responsabile e coordinamento del progetto Katia Gandolfi
video Fabio Bilardo
foto spettacolo Giulia Imperatori
Il progetto triennale Sentieri selvaggi è sostenuto da UFC Ufficio Federale della Cultura, Stanley Thomas Johnson Stiftung, Cornelius Knüpffer Stiftung, Fondazione Weak Ends
contributo alla creazione artistica 2025 Cantone Ticino, DECS/Fondo Swisslos
ideazione, produzione esecutiva, organizzazione, comunicazione del progetto FIT Festival – Lugano
produzione artistica FIT Festival – Lugano
