Immagina: la noia ti assale. Non sai cosa fare. Qual è il tuo primo pensiero? Oggi per colmare il vuoto della noia abbiamo a nostra disposizione il telefono, uno strumento tanto potente quanto, se usato male, logorante. Di questo tratta I’ve Loss of Attention ideato e diretto da Giulia Odetto, con Camilla Soave che abita la scena.
All’ingresso un ambiente oscuro accoglie il pubblico, mentre la performer danza tormentata da suoni confusi e disturbanti che la circondano. Fin da subito, lo spettatore si ritrova bombardato da immagini provenienti da due schermi, posizionati ai lati dello spazio scenico: sui video si susseguono velocemente troppi input, creando una sensazione di inquietudine disorientante, sfidando lo spettatore a riuscire a mantenere fisso lo sguardo verso un solo colore o un solo schermo, anche solo per pochi istanti. Una sfida impossibile! Al centro della scena, i movimenti della performer sono legati contemporaneamente sia ai suoni sia ai colori, con diversi cambi. Lo spettacolo mette così sotto la lente di ingrandimento la relazione tra il disturbo di attenzione, che coinvolge in prevalenza gli occhi e lo sguardo, e il resto del corpo. La regia evidenzia visivamente tale tematica tramite un sapiente uso di chiazze blu che si diffondono a poco a poco sulla pelle. Ma c’è un punto in cui il pigmento azzurro è più concentrato: il braccio. Emblema della nostra distrazione, è lo strumento che adoperiamo ogni giorno, per scrollare contenuti senza passione, dimenticandoci della realtà circostante, vittime di un incessante circolo vizioso.
Camilla Soave continua a muoversi davanti alla telecamera, proiettando i suoi movimenti sui due schermi, gabbie sociali in cui l’individuo è inconsciamente costretto a rivelarsi, mostrarsi, conformarsi davanti ai followers in parte sconosciuti, perdendo senza accorgersi privacy e la propria singolarità. Con questa rappresentazione, la regista è riuscita in modo efficace a comunicare un disagio universale.
Tutto è perduto, quindi? Forse no.
Infatti partendo da un momento di crisi, in cui l’attrice non riesce a fissare l’attenzione su ciò che conta davvero, si arriva poi a una svolta con l’ingresso in scena di una maschera che la isola da tutto il resto e lascia scoperti solo due fori per gli occhi. Questo dispositivo aiuta la protagonista a fissare la propria concentrazione su un solo obiettivo, ma risulta quasi una costrizione, un vincolo che l’attrice riesce a imporsi, senza però essere in grado di raggiungere il suo fine autonomamente. Come possiamo dunque trovare un modo per focalizzarci? Come possiamo indirizzare la nostra attenzione su qualcosa che non ci interessa? Ed è qui che Giulia Odetto e Camilla Soave propongono al pubblico una possibile strada.
«L’attenzione è passione, educatemi alla passione». E solo rendendosene conto, l’attrice riesce a concentrarsi sui propri desideri, mettendosi a nudo (letteralmente) e prendendo consapevolezza. Forse così, a partire dalle nostre passioni e dai nostri sogni, possiamo finalmente ritrovare l’attenzione perduta.
Roberto Ciapponi, Giovanni Farini, Matilde Ghiggi, Annalisa Gulisano, Virginia Lovero
in copertina: foto di Francesco Capitani
Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a Tutta la vita davanti 2026