Cosa rimane in noi quando tutto intorno corre troppo veloce? In un’epoca dominata dal bombardamento visivo e dalla frammentazione dei contenuti, con I’ve Loss of Attention la distrazione da limite si trasforma in spazio di libertà. Dopo Il mio corpo è un monte, Collettivo EFFE utilizza il linguaggio del corpo stavolta per parlarci di un tema tanto citato quanto poco compreso: la perdita dell’attenzione. La regista Giulia Odetto insieme alla danzatrice Camilla Soave presentano una performance che sfida la costante concentrazione dello spettatore.
Perché avete scelto di usare la danza per riflettere sull’attenzione? Cosa pensate che il corpo comunichi in più rispetto alle parole?
Giulia Odetto: Il movimento mi è sembrato il mezzo più adatto per incarnare questo tema. Innanzitutto permette una maggior libertà interpretativa: il corpo è molto meno legato a un significato preciso, è opinabile, e quindi più aperto. Inoltre, essendo Camilla Soave una danzatrice, è stato quasi automatico scegliere questa forma espressiva. Il lavoro è proprio partito proprio dalla sua esperienza diretta, dal suo sentirsi sempre distratta e mai capace di focalizzarsi sulle questioni e sui momenti per lei più importanti. Credo che la nostra presenza fisica possa comunicare infinitamente di più rispetto alle parole. Infatti tutte noi possiamo scegliere di non parlare, non possiamo però evitare di relazionarci all’altro attraverso il nostro corpo. Questo lascia una possibilità di decifrazione soggettivamente, siete voi infatti ad attribuirgli i significati che recepite. Il nostro intento è proprio quello di creare degli spazi in cui possiate comprendere voi stessi e interiorizzare il nostro spettacolo in base alle esperienze vissute.
Con questo lavoro volevate problematizzare la società di oggi o semplicemente catturare l’attenzione del pubblico?
GO.: È una domanda interessante. Più che realizzare una denuncia, abbiamo cercato di esplorare una condizione che viviamo tutti: la fatica di restare concentrati a lungo. Siamo partite dal vissuto di Camilla, dal suo sentirsi sommersa dai troppi stimoli. Per noi la perdita dell’attenzione non ha a che fare con una questione di “giusto” o “sbagliato”, ma riguarda il sottile rapporto che esiste tra il perdersi e il ritrovarsi.
Camilla Soave: Ci siamo concentrate su un’esperienza comunemente diffusa. Abbiamo riflettuto su come oggi la società, e i giovani in particolare, vengano assorbiti e catturati dagli schermi. Non volevamo però condannare la tecnologia. Anzi, abbiamo scelto di integrarla come elemento cardine della performance: nella nostra danza il tempo trascorso al telefono e davanti ai social non rappresenta infatti un nemico, ma un compagno di movimento.
Che rapporto avete con le immagini, con i video proiettati e con la possibilità che gli spettatori possano non riuscire a cogliere e ricordarli? Quale, invece, con ciò che implicano i momenti di perdita dell’attenzione?
GO: I’ve Loss of Attention è proprio il tentativo di far pace con questa impossibilità. Perdiamo per forza molti particolari, ma spero che ciascuno riesca comunque a conservare almeno un dettaglio. Nessuno può decidere quale, credo che ciò che ci resta impresso possa però parlare di noi. Anche le perdite di attenzione accadono senza il nostro controllo. Non so voi, ma io quando mi sforzo di essere concentrata e non ci riesco, mi sento molto a disagio. Se invece di ostacolare le mie distrazioni le contemplo come una possibilità reale e da non giudicare, allora riesco ad accettarle. Anche tu, Camilla, sai far pace con questo?
CS: A volte sì; altre, invece, mi immobilizzo. I troppi stimoli, sommati tra di loro, mi bloccano completamente.
GO: Nel processo di creazione abbiamo costruito alcune sezioni come volutamente impossibili da seguire nella loro totalità; anzi, abbiamo lavorato proprio su questa frustrazione. Ad esempio, inizialmente i testi compaiono sugli schermi con un ritmo che permette a tutti di poterli seguire con facilità, poi la velocità aumenta, rendendo impossibile la possibilità di completezza.
Verso la fine della performance sullo schermo appare la scritta: «Educatemi alla passione perché se c’è passione c’è attenzione».
Cosa vuol dire per voi educare alla passione e qual è il modo per farlo oggi?
GO: Camilla, visto che è madre, lo sa bene: l’idea di questo lavoro è nata guardandola diventare mamma, e vederla educare sua figlia alla passione. Credo che sia fondamentale farlo “non legando l’altro al banco”, non obbligando a uno sguardo fisso, come invece cerca di fare la maschera indossata da Camilla. Fu realizzata da uno studioso per ridurre le distrazioni: ovviamente arrivò poi a capire quanto in realtà la maggior parte di queste siano interne, non esterne.
Educare alla passione significa quindi per me mantenere uno sguardo aperto e riconoscere ciò che ha attirato la nostra attenzione, e il suo modo di variare da persona a persona.
Pensate che questo spettacolo abbia un impatto diverso su diverse generazioni?
GO: Penso che alla fine tutti abbiano un rapporto simile con la tecnologia e gli schermi. La nostra volontà era quella di indagare come il pubblico avrebbe potuto percepire la nostra ricerca: attraverso il continuo bombardamento di immagini e stimoli, attraverso ciò che avete catturato e ciò che vi siete persi. Abbiamo lavorato per scoprire come ciascuno aderisca a questo flusso. Così lo spettatore ha potuto compiere in autonomia una selezione forzata e sono sicura che tutte le cose che ognuno ha percepito e quelle che ha inevitabilmente perso rappresentino noi stessi.
Che vecchie del futuro credete che sarete?
GO: Devo dire che ho un desiderio molto chiaro per la mia vecchiaia: spero che, un giorno, una persona più giovane di me riesca a spostarmi da una mia convinzione sbagliata. E poi resta sempre il piano di comprare una casetta in montagna dove stare in serenità e fare la “semplice vecchia lamentosa”.
CS: Io, invece, mi auguro di avere ancora la ”disponibilità mentale” per ricordarmi e occuparmi delle cose che mi fanno star bene. GO: E pensiamo anche al fatto che l’uomo più anziano ad aver mai scalato l’Everest aveva ben ottant’anni!
a cura di Giorgia Anakiev, Margherita Becherucci, Alice Bolgiani, Emma De Stauber, Francesca Cloe Di Genova, Marco Pecorari
in copertina: foto di Francesco Capitani
Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a Tutta la vita davanti 2026