Rimettere in scena la Storia per evidenziare e scardinare i paradossi del presente.
Questo l’obiettivo che il regista e interprete Massimo Bernardo Dolci manifesta fin dai primi minuti di Eliogabalo! – Una storia romana, andato in scena nello spazio compatto del Teatro Mohole di Lambrate in occasione del FringeMI 2026.
Il contrasto tra la ristrettezza del perimetro scenico e la vastità dell’Impero che lo spettacolo punta a rievocare salta subito agli occhi: è stridente e affascinante.
In una scenografia essenziale — tre semplici blocchi che si riconfigurano continuamente creando ambienti diversi e lontanissimi tra loro — tre giovani attori portano sul palco personaggi da ogni angolo della Storia.
Sulla scena costumi, linguaggi e riferimenti storici si sovrappongono senza cercare la coerenza cronologica. È tardo Impero di epoca romana, è il Terzo Reich nazista, è la dittatura fascista, è la nostra disordinata contemporaneità, specchio della crisi morale delle democrazie occidentali. In questa crasi teatrale, che mescola imperi e autoritarismi di ogni epoca, la distopica Welthaupstadt Roma in cui è ambientato lo spettacolo si fa rivelatrice delle contraddizioni del vecchio e del nuovo tempo, esplicita gli spigoli di una ciclicità da cui la società occidentale non vuole uscire, intrappolata in una volontaria amnesia dei propri errori che la condanna all’eterna decadenza.
La frizione tra epoche diverse è funzionale al tema dello spettacolo. Produce un cortocircuito che restituisce l’impressione di un potere sempre uguale a se stesso, di una retorica che non si stanca mai di stigmatizzare “ciò che è diverso”.
È infatti un semplice discorso sui fichi importati da Cartagine — storica nemica di Roma — ad accendere le luci dello spettacolo su uno Impero ormai al collasso. Il Senato ne è sicuro: quel frutto è la prova di una perdita di identità. Subito ha inizio una violenta requisitoria contro tutto ciò che è estraneo e la parola “decadenza” risuona ossessiva fissandosi nella mente dello spettatore.
Al centro di questo sfacelo decadente viene catapultato un kaiser “queer e scandaloso”.
È il giovane Vario (Gabriele Casablanca) — o Eliogabalo, come ama farsi chiamare e venerare dai suoi sudditi — che arriva dalle lontane province dell’Impero per cambiare l’ordine delle cose con cieco ottimismo, affamato di fede, uguaglianza e giustizia. Questo linguaggio di cambiamento, tuttavia, fatica a imporsi in una Roma cruda e brutale, dove complotto e violenza sono all’ordine del giorno. Da una parte si muove l’utopia salvifica di Eliogabalo; dall’altra, agisce una fazione conservatrice che trama nell’ombra per renderlo il nemico di quello stesso popolo che si propone di proteggere.
L’ideale conservatore che non muore mai viene incarnato plasticamente dal personaggio dell’Onorevole: un corpo quasi artificiale, prossimo alla fine ma ostinatamente aggrappato alla vita e al potere. Vecchio, paraplegico, eppure eterno grazie a una dieta bilanciata e a milioni spesi in cure mediche, l’Onorevole attraversa indenne i secoli con un unico obiettivo: ricondurre ogni sussulto di modernità allo “splendore” originario dell’antica Roma. È il potere fossile che non cede il passo, il pilastro che sopravvive a ogni tentativo di cambiamento biologico e politico.
A fare da scudo a Eliogabalo ci pensa il giovane greco Hierocles. Tra i due, però, si consuma una frattura ideologica: se Eliogabalo persegue un’utopia pedagogica per educare le nuove generazioni, Hierocles crede nella violenza come mezzo transitorio per difendersi dai complotti conservatori. Nel tentativo di proteggere la rivoluzione, il braccio destro dell’Imperatore finisce così per incarnare la tragedia della radicalizzazione, dove la forza assimila i liberatori ai vecchi oppressori.
Questo scontro tra visioni del mondo viene veicolato da una satira ferocissima del potere contemporaneo, che si prende gioco in maniera beffarda del lessico dell’economia e dei mercati. Il linguaggio del business colonizza ogni dialogo: tra CEO ubriachi e strategie di networking, la gestione dell’impero somiglia a un consiglio d’amministrazione in cui gli stranieri sono analizzati attraverso la lente deformante del profitto e ogni mutamento sociale è accettato solo se monetizzabile, altrimenti estirpato come un virus. È la convenienza personale elevata a unico parametro etico. Al tempo stesso, il testo demistifica la retorica del potere politico. Attraverso un registro grottesco e amaro, viene messa alla gogna la propaganda ossessiva del «Noi, noi siamo i buoni», mostrando come dietro la facciata del decoro e della benevolenza occidentale si celi un ritorno all’autoritarismo più cupo.
In questo spietato gioco al massacro, la prova d’attore dei tre interpreti si dimostra di grande bravura e precisione millimetrica: i corpi e i gesti riempiono la scena con un’energia travolgente, guidati dall’uso intelligente delle luci firmato dallo stesso Diego Finazzi direttamente dalla scena.
Eliogabalo! è uno spettacolo che non fa sconti a nessuno. E se la parabola storica del giovane imperatore si consuma in un epilogo triste, schiacciata dagli ingranaggi di un potere fossile, quello che i tre attori lasciano sul palco è invece un segnale di resistenza teatrale e politica.
Laura Anaclerio
immagine di copertina: foto di Alessandro Villa
ELIOGABALO! – UNA STORIA ROMANA
di Massimo Bernardo Dolci
regia Massimo Bernardo Dolci
con Gabriele Casablanca, Massimo Bernardo Dolci e Diego Finazzi
lighting design Diego Finazzi
produzione Teatro San Carlo di Foligno
spettacolo insignito della Menzione d’Onore della Borsa di Lavoro “Alfonso Marietti” dell’Accademia dei Filodrammatici
La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026