«Questo non è uno spettacolo teatrale»: così la voce di Riccardo Iellen esordisce dopo che il pubblico ha preso posto in una sala dell’associazione di promozione sociale Rob de Matt, punto di riferimento nel cuore del quartiere Dergano, quartiere a nord del capoluogo meneghino.
Lo spazio che ospita Mia Zia Daniela detta Dada per andare a ballare la notte indossava zeppe tacco 25, spettacolo del FringeMI 26, si presenta nella sua sobrietà: alcune file di sedie fungono da platea, mentre manca un vero e proprio palcoscenico. L’allestimento, altrettanto essenziale, si riduce a pochi elementi: in un angolo si trovano un piccolo tavolo e una sedia, mentre al centro della scena è collocato uno schermo di proiezione. Sul fondale si intravede un proiettore, affiancato da due quinte laterali.
Nel suo ingresso in sala, dopo avere annunciato un piccolo ritardo nell’inizio della performance e avere così annullato volontariamente le distanze col pubblico, Iellen introduce con chiarezza la questione attorno a cui si sviluppa il suo lavoro: la serata sarà una vera e propria sessione di “correzione di bozze” di una drammaturgia in fieri. Noi spettatori e spettatrici saremo invitati ad aiutarlo. Iellen abdica alla verticalità del ruolo d’autore per integrare il pubblico nel processo generativo dell’opera, configurando l’azione scenica come una ricerca aperta, priva di una risoluzione definitiva.

La correzione delle bozze diventa così il mezzo attraverso cui emergono frammenti del vissuto e traumi sedimentati nella memoria: dietro una parola si cela infatti un intreccio di incertezze, reticenze e conflitti irrisolti. Caroline, protagonista della drammaturgia, si configura progressivamente come una figura condannata alla sofferenza, costretta a subire violenze estreme e continue aggressioni al proprio corpo. Le vicende del personaggio finiscono così per intrecciarsi con l’esperienza biografica dell’attore-autore, facendo emergere un interrogativo centrale: quale relazione lega i due? Questa continua sovrapposizione di piani, ruoli e confini tra realtà e finzione attraversa molti degli spettacoli presentati in questa edizione del FringeMI. Il lavoro di Iellen si presenta infatti come un monologo autofinzionale che interroga il concetto stesso di ruolo: quello teatrale, quello identitario e, più in profondità, quello legato all’identità di genere. Caroline diventa così il tramite attraverso cui prende forma una violenza interiorizzata, rivolta contro sé stessi, che nel corso del monologo trova però una decisiva possibilità di elaborazione.
A orientare questo percorso è il ricordo della zia Daniela, che per uscire a ballare indossava zeppe vertiginose. La sua figura si impone come un fantasma, una presenza guida nella coscienza dell’autore, spingendolo a interrogarsi sul motivo per cui a lei fosse concesso indossarle e a lui no. La questione trascende naturalmente l’abbigliamento. In gioco vi è la necessità di portare alla luce quella violenza paterna, iper maschile e fastidiosamente autoritaria, capace di limitare le possibilità dell’individuo; vi sono gli imbarazzi e le paure che affiorano negli spogliatoi durante l’adolescenza, ma anche il tentativo di mettere in discussione le norme che regolano il genere e le identità che da esse vengono definite. Il monologo si configura quindi come un processo di scoperta e costruzione della propria identità trans, al di là delle codificazioni binarie che regolano i ruoli di genere.

A un certo punto dello spettacolo, al termine di un climax convulso e sempre più frenetico, sullo schermo bianco su cui scorrono le bozze della drammaturgia compare una scritta: «Respira, rileggiti, riscriviti».
È forse proprio in quel «riscriviti» che si condensa la dimensione politica del lavoro di Iellen: il gesto della riscrittura non riguarda soltanto il testo, ma implica anche la possibilità di ridefinire se stessi e di aprire a nuove forme di esistenza.
Nel testo di presentazione dello spettacolo si dice come Mia zia Daniela detta Dada per andare a ballare la notte indossava zeppe tacco 25 sia un monologo sulla morte dell’autore. Barthes, come si sa, aveva teorizzato la morte di quest’ultimo sancendo la centralità del testo. Qui autore e testo però entrano entrambi in crisi: il primo si frammenta, il secondo si inceppa, si moltiplica e deraglia. È proprio da questa destabilizzazione, tuttavia, che emerge la verità di un soggetto irriducibile a categorie prestabilite, dove l’identità viene in continuazione rinegoziata e ridefinita.

Matteo Muz 


immagine di copertina: foto di Alessandro Villa

MIA ZIA DANIELA DETTA DADA PER ANDARE A BALLARE LA NOTTE INDOSSAVA ZEPPE TACCO 25
di e con Riccardo Iellen
dramaturg Anna Farina
organizzatrice Aurora Franco

La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026