Dimenticate i filtri e la formalità: vedere Kamikaze è come finire a fare serata con gli amici più caotici e originali che avete. Fin dall’ingresso in sala, Giulio Santolini, anche autore dello spettacolo, e Daniele Boccardi creano un legame con il pubblico diretto e spontaneo. Non c’è barriera: questa naturalezza trasforma lo spettatore in parte integrante del “caos”, rendendo la simpatia dei due attori contagiosa e spontanea.
Boccardi entra in scena e prende posto dietro alla scrivania collocata a lato del palcoscenico, dall’altra parte è invece posizionato un microfono, centro dell’azione di Santolini. Le loro personalità sono quanto mai contrastanti: il primo è più riflessivo e distaccato e con i piedi per terra; l’altro più coinvolgente, estroso e impulsivo nella relazione con il pubblico. Anche il loro modo di muoversi in scena rispecchia le loro posture, tra staticità e movimento continuo, frenetico.
Giulio prende decisioni molto avventate, ed è qui che entra in gioco il personaggio di Daniele: lo riporta costantemente alla realtà facendogli comprendere che non tutte le decisioni, passate e presenti, sono adeguate. Un dualismo costante è al centro dello spettacolo: tra i due attori, tra il comico e il tragico, tra la staticità e il movimento. Sono due facce della stessa medaglia che non possono esistere l’una senza l’altra, i due poli estremi di un’unica entità. E proprio in questa loro interazione il pubblico trova una connessione diretta con ciò avviene sulla scena.
Giulio instaura con la platea un dialogo diretto, spostandosi da una parte all’altra dello spazio, finendo addirittura tra chi è presente in sala e accentuando maggiormente l’interazione costruita su domande incalzanti e partecipazione attiva. Il pubblico diventa così a sua volta un attore a tutti gli effetti, come quando gli viene chiesto di interpretare la madre e il padre del performer, cercando di rassicurarlo con parole di conforto forse mai ricevute durante l’infanzia, generando così una risata collettiva data l’assurdità della situazione.
Il paradosso ritorna anche nella relazione col tempo, nella continua transizione tra passato e futuro: l’attore viene premiato dal pubblico con il festeggiamento delle sue feste di compleanno dell’infanzia, generando un effetto comico dato dal contrasto tra il suo essere adulto e l’incarnare il sé bambino, ma sollevando anche l’ambiguità di un festeggiamento agrodolce, forse in parte anche traumatico.
Nel secondo atto, il racconto si evolve attraverso l’uso di diversi filtri narrativi che distorcono la realtà per riuscire, incredibilmente, ad affrontarla meglio. Che si tratti della marionetta, delle voci aliene o dei dialoghi filosofici, questi espedienti trasportano i temi quotidiani in una dimensione surreale. L’uso di questi strumenti crea un effetto capace di stupire: da un lato, l’oggetto o la voce “aliena” stabiliscono un distacco critico, un vuoto che ci permette di osservare la scena e anche la vita del performer dall’esterno. Dall’altro, proprio questo spazio libero consente allo spettatore di immedesimarsi profondamente nella riflessione che Santolini pone al centro di Kamikaze: il fallimento.
«Non ho mai sbagliato fino in fondo nella vita, non me lo sono mai permesso», ci racconta Giulio a margine dello spettacolo, ragionando su come il fallimento debba essere rivendicato come una possibilità, piuttosto che essere vissuto come una fastidiosa macchia da cancellare rapidamente. Questo lavoro ci spinge a una riflessione più radicale su come ognuno di noi si relazioni alla sconfitta, al poter cadere e sbagliare, su come mettere tutto questo in rapporto a ciò che siamo e ai nostri desideri.
L’attore/autore condivide con gli spettatori la modalità con la quale è riuscito a dar forma ai suoi insuccessi, messi in scena attraverso i tre atti dello spettacolo: grazie alla comicità tagliente e senza filtri di Santolini, il fallimento diventa materia viva, condivisibile, persino oggetto di una risata collettiva. Kamikaze riesce così dove tanti discorsi motivazionali falliscono, rendendo in questo modo il fallimento contemplabile. Lo guarda in faccia, lo prende in giro, lo abbraccia. La comicità si trasforma in un accesso alla verità. Ridiamo del fallimento per disarmarlo.
Giulio è lo specchio di un’intera generazione che si sente continuamente sballottata tra aspettative di perfezione e condanna del fallimento; così si paragona a una baka bomb (bomba idiota) giapponese della seconda guerra mondiale, il cui apice dell’esistenza è la fine: esplodere e distruggere tutto ciò che lo circonda.
Giorgia Anakiev, Margherita Becherucci, Alice Bolgiani, Emma De Stauber, Francesca Di Genova, Marco Pecorari
in copertina: foto di Francesco Capitani
Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a Tutta la vita davanti 2026