Entrando in teatro, con il palco allestito per Trailer Park del coreografo tedesco Moritz Ostruschnjak, si ha la sensazione che ci sia qualcosa di diverso dal solito: il sipario è aperto, qualcosa sembra essere già accaduto, come se in realtà la sala si fosse appena svuotata e lo spettacolo finito.

Numerose lattine colorate definiscono i due lati della scena, alcune sono ancora piene ma la maggior parte sono vuote, schiacciate, rovesciate, consumate. Sembra il frame di un film distopico: del fumo si muove molto lentamente nell’aria e l’atmosfera è sospesa. In fondo a destra una persona in penombra è seduta a gambe incrociate e osserva il pubblico entrare e accomodarsi al proprio posto. È una sorpresa sentire la solita voce registrata comunicare che lo spettacolo sta per iniziare. Viene quasi da chiedersi se sia frutto di una scelta di regia oppure un’ineluttabile convenzione teatrale.

I lavori di Ostruschnjak si misurano con temi al centro del dibattito pubblico e del discorso artistico: si interrogano su come i processi di digitalizzazione stiano influenzando le trasformazioni sociali (i rapporti tra gli individui, la dimensione collettiva) e fisiche (le posture, i corpi, gli sguardi). Ma questa riflessione non emerge solo come output performativo. L’aspetto più interessante della sua ricerca, probabilmente, è che costruisce la base di una vera e propria metodologia di lavoro sui corpi e sulla coreografia. Nel processo di creazione i social media diventano un archivio da cui raccogliere risorse: immagini, movimenti e gesti sono estrapolati per poi essere successivamente rielaborati e manipolati. Così la fonte originale non risulta quasi mai riconoscibile: un chiaro riferimento alla pratica del meme, che Alessandro Lolli in Guerra dei meme (2020) definisce “fenomeno virale che non mira semplicemente a riprodursi ma a reinventarsi”.

Ed è proprio con una canzone virale – In my mind (2018) di Gigi D’Agostino e Dynoro – che la scena si popola di tutti gli altri nove danzatori, dando inizio a un flusso traboccante di immagini, suoni e voci che attraversa lo spettatore come se stesse navigando su Instagram o Tiktok. 

Il lavoro si muove su una continua negoziazione tra individualità e collettività. L’occhio dello spettatore non sa bene dove guardare, se rivolgersi al singolo o all’insieme, e assiste a una continua frammentazione della coreografia. Ci sono momenti in cui si ha la percezione che il palco sia occupato da un unico corpo collettivo in cui i singoli hanno senso solo in relazione agli altri. Allora è possibile osservare attraversamenti che generano incontri – magari casuali – tra i danzatori, sincronie, forse appuntamenti, movimenti che si ripetono in punti diversi dello spazio, gesti rubati, corpi che cercano di affermarsi per poi essere nuovamente inglobati dal gruppo, costruzioni di geometrie, diagonali, glitches… e all’improvviso ecco che vediamo dieci persone cimentarsi in una coreografia che sembra estrapolata direttamente da internet. 

Emerge subito la necessità dei danzatori di mostrarsi al pubblico: conquistano il centro con un salto, si affermano con una posa, compongono quadri viventi. Tuttavia, è negli assoli che risulta particolarmente evidente lo sforzo di auto-rappresentazione delle varie individualità che, ancora una volta, ci ricorda come funzionano i social network.

Sotto un fascio di luce, uno dei danzatori articola una sequenza di gesti con le braccia. Gioca a nascondere per poi svelare il volto, mostrando una smorfia sempre diversa come se volesse cambiare faccia ogni volta. Nel silenzio, un agglomerato di corpi si scioglie lasciando spazio a due figure che, sdraiate sulle lattine piene, sembrano sospese. Ed è allora che iniziano a cantare “somewhere over the rainbow”. 

Queste sono solo due delle tantissime immagini di cui si compone il lavoro, immagini che appaiono e poco dopo svaniscono. Il concetto di drammaturgia è messo in crisi: sembra non esserci un ordine o una logica nel modo in cui si succedono le azioni sceniche. Eppure, nel corso dello spettacolo, o addirittura dopo, diventa chiaro che si tratti di una scelta molto precisa del coreografo, che allude al vorticoso mondo di Internet. Non c’è nulla di rassicurante; neanche nella musica, un altro livello della performance, che talvolta si incontra e armonizza con la partitura coreografica, ma spesso distrae lo spettatore portandolo completamente altrove. 

In Trailer Park, è evidente il tentativo del coreografo di costruire un luogo liminale tra il virtuale e l’analogico. Se il riferimento al mondo di internet si manifesta su vari livelli, anche i costumi dei danzatori aderiscono a un’estetica pop molto precisa, tutt’altro che minimalista. Le dieci jersey in poliestere hanno grafiche aggressive e colori che ricordano la televisione dei video musicali di MTV, con un certo sapore vintage che, allo stesso tempo, restituisce una matericità tutt’altro che digitale. Proprio su questa tensione tra il reale e l’irreale sembra voler giocare Ostruschnjak. 

Lo spettatore non viene accompagnato verso una conclusione. Viene da chiedersi: è davvero successo qualcosa oppure è stato solo un sogno, poi svanito? Il lavoro lascia così una sensazione di stordimento e un pizzico di insoddisfazione, come quando si interrompe bruscamente una sessione di scrolling. Al contempo, oltre alle riflessioni sul tempo presente e sulla nostra relazione con il digitale e i social media, Trailer Park pone delle questioni relative alla pratica artistica e coreografica. Cosa significa creare una memoria corporea a partire da immagini, video, suoni che provengono da un luogo virtuale? Come fare esperienza fisica di qualcosa che non esiste, per poi generare nuovi significati e costruire immaginari altri in scena? 

Chiara Di Guardo

foto © De Da Productions


Trailer Park

di tanzmainz / Moritz Ostruschnjak
coreografia Moritz Ostruschnjak
collaborazione coreografica e costumi Daniele Bendini
musica (mixaggio e montaggio) Jonas Friedlich
luci Tanja Rühl
direzione prove Simone Deriu
danzatori Tanit Cobas, Réka Rácz, Meritxell Van Roggen; Paul Elie, Finn Lakeberg, Christian Leveque, Jaume Luque Parellada, Jaime Neves, Matti Tauru
direttore tanzmainz Honne Dohrmann
direttore di produzione Finn Lakeberg
collaboratrice alla direzione danza e tour manager Hannah Meyer-Scharenberg
assistente alla direzione danza Antonia Zeich
allestimento scena e suono in tournée Luka Curk
allestimento luci in tournée Dominik Hager
direttore di scena in tournée Matthew Tusa
una produzione dello Staatstheater Mainz


Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a MILANoLTREview 2026