Perché abbiamo ancora paura di parlare dell’amore? La domanda di bell hooks (hooks, b., All About Love: New Visions, William Morrow, New York, 2000), d’ispirazione per Love Parade, riecheggia in ogni suo passo, condensando in venti minuti una parata coreografica, capace di guardarci dentro e di interrogarci sulla nostra relazione con l’altro. Prima ancora che l’incontro con un ipotetico altro possa avvenire, però, lo vediamo proiettato davanti ai nostri occhi quando un sottile cono di luce illumina il testa a testa dei due danzatori in scena, sguardi fissi l’uno nell’altro, come a cercare proprio lì il principio del loro movimento.

Già dai primi secondi dall’inizio dello spettacolo, la sala si carica di un’atmosfera intima, densa. In lontananza irrompe un eco, come emerso dal fondo di un tunnel, poi sempre più opaco, a invadere lo spazio scenico mentre cresce il ritmo della danza. Ci ritroviamo immersi in quello che la coreografa Glenda Gheller costruisce come un rituale, accompagnato da suoni fluttuanti, quasi esoterici, che introducono i battiti incalzanti di una base elettronica su cui i corpi, pur sincronizzati, rimangono fedeli alla propria singolarità. Così, il gesto cessa di essere semplice ripetizione per diventare rito collettivo, una pratica attraverso cui la presenza individuale si trasforma in esperienza condivisa. Pur muovendosi fra una serie di citazioni e di rimandi estetici, Love Parade non si limita a rappresentare l’amore ma lo manifesta, celebrandone le forme meno convenzionali che si susseguono in sipari abilmente incorniciati da giochi di luce.

Le gonne-pantalone, i luccichii dei top metallici e, più evidentemente, il groove dei movimenti che li attraversano, sono chiare evocazioni dell’immaginario delle Ballroom newyorkesi degli anni Ottanta. Qui catwalk e voguing non sono gestualità vuote ma affermazioni identitarie cariche di un senso di appartenenza alla comunità queer: potenti rivendicazioni di uno spazio soggettivo a lungo relegato ai margini. Riattivando il senso rituale che accompagna la creazione di una comunità, Love Parade sembra raccogliere proprio la dimensione collettiva della Ballroom come luogo in cui ciò che fuori viene marginalizzato può trovare una forma di riconoscimento, un pubblico, una famiglia, una vera e propria Casa. Il corpo non è più soltanto sito in cui l’identità individuale si manifesta, ma diventa uno strumento attraverso cui entrare in relazione con gli altri, costruire appartenenza, essere riconosciuti e riconoscere, spostando il discorso dall’amore come esperienza individuale all’amore come pratica condivisa. 

Nonostante la loro appariscenza, allora, né i costumi, né tantomeno la base ritmata della musica elettronica, disperdono il senso di coesione che la coreografia crea fra i due interpreti, Pietro Di Salvo e Nunzio Saporito. La loro danza si colloca continuamente fra sguardo intimo e coinvolgimento del pubblico, spazio interno ed esterno, singolarità e appartenenza, suggerendo che l’amore si giochi proprio in questo limbo: in uno spazio che nasce fra due corpi ma che non si esaurisce nella coppia.

A renderlo evidente è anche un gesto apparentemente marginale. Quando a uno dei due cadono gli occhiali da sole indossati nella frenesia della danza, infatti, l’altro li toglie e li lancia a sua volta, trasformando un imprevisto di scena in coreografia. Un dettaglio che potrebbe passare inosservato restituisce invece la sensazione di essere in ascolto dell’altro, qualcuno di cui accorgersi e prendersi cura. L’intimità così non è esibizione di sé, un gesto che rende l’altro una superficie in cui specchiarsi, ma una pratica di attenzione reciproca. Anche i colpi e i contraccolpi sferrati a metà coreografia, che sembrano introdurre a una lotta, si sciolgono presto in una resa, quando uno dei due danzatori prende in braccio l’altro mettendo contemporaneamente in discussione stereotipi e categorie di genere. Lo scontro diventa incontro dove il corpo dell’uno è possibilità per il corpo dell’altro.

Ecco che il cerchio si chiude nella stessa atmosfera rituale, i battiti della base elettronica rallentano e si fanno umani, entrando nei piedi dei danzatori che insieme al loro respiro scandiscono il tempo della scena e lo fermano. Corpi che costruiscono insieme, celebrano l’amore come funzione collettiva e, quando la luce si spegne, alla fine, si ritrovano riflessi, testa contro testa, occhi negli occhi.

Chiara Serpani


Love Parade
idea e coreografia di Glenda Gheller
drammaturgia di Glenda Gheller 
con la collaborazione di Sergio Campisi 
produzione ocram dance movement 
con la collaborazione di Scenario Pubblico Centro di Rilevante Interesse Nazionale 
musiche originali di Michele Piccolo e Massimo Lievore
consulenza costumi Adriano Popolo Rubbio
realizzazione costumi Gabriella Palomba 
graphic designer Leonardo De Santis


Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a MILANoLTREview 2026