Perché il teatro di oggi è così educato? Nella società odierna abbiamo paura di fare scelte sbagliate e risultare all’apparenza sgarbati. In Kamikaze viene chiesto direttamente al pubblico di interagire con gli attori attraverso brevi performance, valutate dalla platea in tempo reale. Viene così messa a nudo, sulla scena, la possibilità del fallimento. Abbiamo chiesto a Giulio Santolini, autore e regista, di riflettere con noi sulla relazione che si crea tra la scena e la platea.

Nello spettacolo modifichi la tua performance a seconda del voto del pubblico. Secondo te quanto anche noi nella vita reale siamo influenzati dal giudizio degli altri?
Nell’odierna società turbocapitalista e iperperformativa, che ci chiede di essere sempre efficienti, siamo tremendamente influenzati dal giudizio degli altri. Credo si debba accettare che non si è perfetti, come l’esposizione costante ai social ci vuole far credere: mostrare le debolezze e le nostre fragilità senza filtri aiuta a creare un senso di comunità. Per riflettere su questo tema abbiamo preso ispirazione da un testo di Costica Bradatan, Elogio del fallimento, che analizza come l’uomo si è approcciato all’insuccesso dall’antichità ai giorni nostri. Così sono arrivato a una conclusione: il fallimento non è una cosa negativa!

Passando invece alla drammaturgia: com’è l’approccio al testo in questo particolare format teatrale?
Noi lavoriamo con il metodo della scrittura scenica: entriamo in sala prove con l’ispirazione di un tema, cominciamo a improvvisare, e se troviamo spunti interessanti li annotiamo. Tutto nasce e si sviluppa in sala: nonostante il grande lavoro preparatorio, incentrato sullo studio sistematico dei testi, è in scena che prende vita lo spettacolo. Spesso ci lasciamo depistare dalle idee sorte in partenza e il lavoro precedente si rivela fallimentare. Successivamente la drammaturga, Lorenza Guerrini, lavora a tavolino fino ad ottenere un testo più preciso e accurato. Lo spettacolo potrebbe dare l’impressione di essere in larga parte improvvisato, ma è invece interamente scritto. Lasciamo libere solo alcune interazioni con il pubblico che, ovviamente, non sono prevedibili.

Come è la reazione della platea? Cosa ti sembra che venga apprezzato di più?
Non mi aspetto una reazione univoca dal pubblico: questo spettacolo è multiforme, incontra spettatori diversi ogni volta e ogni reazione va accolta. Durante le quindici repliche fatte finora abbiamo assistito a variazioni di temperatura del pubblico. Ma in generale siamo stati fortunati: è sempre stato caloroso, forse perché si crea da subito un momento di empatia. Fin dal prologo, infatti, parlo della possibilità del fallimento (e la agisco), quindi chi assiste è già predisposto ad entrare in dialogo, abbassando le aspettative. Di solito la scena della marionetta (nella scena il protagonista Giulio Santolini interpreta un puppet, guidato dal collega di scena Daniele Boccardi, n.d.r.) è sempre la parte che viene più apprezzata, perché per la prima volta viene mostrato un elemento tecnico molto preciso. Non solo: la marionetta parla di temi sociali ed economici del nostro paese, e offre anche una riflessione brutale di questi ambiti rivolta al nostro mestiere.

Rivelateci un segreto su questo spettacolo che non avete mai detto a nessuno.
Ogni sera dedichiamo la serata a un personaggio del teatro di un’altra epoca. Oggi abbiamo pensato a Pirandello: dopo tutto è lui che per primo ha scritto un testo sull’improvvisazione.

Che vecchi del futuro sarete?
Poco fa ho incontrato, sulle Alpi Orobie, una comunità di registi che ha organizzato un festival meraviglioso! Ecco, io vorrei proprio diventare come loro: essere in grado di riproporre una realtà simile. Mi piacerebbe molto da vecchio aprire un libero spazio di apprendimento.

a cura di Roberto Ciapponi, Giovanni Farini, Matilde Ghiggi, Annalisa Gulisano, Virginia Lovero


in copertina: foto di Francesco Capitani

Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a Tutta la vita davanti 2026