Come si genera questo spazio, questa forbice che separa l’essere semplici bambini intenti a mangiare il gelato davanti a un televisore vintage, dall’essere adulti dominati da un senso di insufficienza sociale?
Tutte le cose più grandi di me, lo spettacolo di Sofia Longhini in scena al FringeMI 2026 all’Alibi Martesana, racconta un viaggio negli anni Duemila, un itinerario che intreccia le percezioni di una fanciullezza che osserva i grandi eventi della Storia dal buco della serratura, come fotografie.
Questa è la storia di Sofia. L’attrice si muove in uno spazio-scenico essenziale: una piccola sedia, un microfono, un tubo catodico. Così parte dalla sua origine di tutto: da quando il divano le appariva talmente grande da sembrare una barca o le pareva di perdersi nel perimetro del pavimento di casa, strisciando e lasciandosi trasportare da onde immaginarie.
Scegliendo una chiave biografica, Longhini lascia affiorare ricordi condivisi e immagini della contemporaneità vissuta, dalla presenza di Gianni Morandi in tv alle prime banconote in euro. La riuscita dello spettacolo è merito anche della naturalezza con cui Sofia si restituisce al pubblico, dando vita a un personaggio ricco di ricordi, sensazioni e umanità, mentre un televisore cattura il fluire del tempo, scandendo il passare degli anni. Significativa, in questo senso, è una delle scene più coinvolgenti dello spettacolo: sullo schermo, tutto a un tratto, i cartoni animati si interrompono e vengono immediatamente trasmesse le immagini di nuvole di fumo nero che si alzano nel cielo, a testimonianza dell’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001. Ecco che il mondo, quello che stava attorno alla bolla infantile di Sofia, irrompe disturbando l’innocenza e invadendo il palco di memorie inevitabili.
Sofia Longhini lascia emergere il lato bizzarro che si cela dietro la confusione del processo di crescita, in cui vi è un costante spaesamento e senso di inadeguatezza rispetto al mondo circostante e, per raccontarlo, l’autrice si paragona a «un muro in cartongesso» in mezzo alle pareti portanti che rappresentano gli altri. Tutte le cose più grandi di me riflette così sulla fretta di vivere in un mondo contemporaneo inquieto: una tematica ormai molto presente nel dibattito, che però Longhini decide di affrontare con una semplicità che non rinuncia alla profondità. È in questa riflessione che prende forma la paura di Sofia: quella di dover fare i conti con il proprio ritardo nella presa di coscienza di sé e del mondo, con il non essersi interrogata prima sulle dinamiche che regolano la realtà che la circonda.
Sofia Longhini incarna il disagio della Generazione Z, che deve confrontarsi con una pesante eredità lasciata da chi è venuto prima e con sfide come la precarietà lavorativa, l’elevata competizione, il sovraccarico informativo e la continua ridefinizione dell’identità.
In scena, una voce bambina dice sempre: «Voglio diventare grande». Alla domanda «Per fare cosa?», risponde: «Non lo so». Ora quella bambina si ritrova fragile e disorientata in mezzo a un vuoto di memoria, incapace di ricordare come sia diventata adulta e con ancora molte domande a cui non si dà risposta. Da dove viene questo vuoto? Perché ci si sente smarriti davanti a una vita vissuta per la prima volta?
Sofia Zanardi
immagine di copertina: foto di Davide Aiello
TUTTE LE COSE PIÙ GRANDI DI ME
di e con Sofia Longhini
produzione FranternalCompagnia APS
luci e scene Lorenzo Fedi e Anna Chiara Capialbi
progetto supportato dal bando di residenza di Teatro in Quota e dalla compagnia Bus 14
La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026