Alice presenta un disturbo da accumulo compulsivo: la disposofobia, per cui tende ad accatastare grandi quantità di oggetti senza riuscire a separarsene, compromettendo la qualità della sua vita. Alla base di questo comportamento vi è un profondo desiderio di appartenere: come gli oggetti, anche lei vuole essere scelta, conservata, custodita, e mai abbandonata.
Alice Redini, in scena col suo Ratatuia al CasciNet di Ortica nel contesto del FringeMI 2026, arriva a bordo di una Cinquecento, si accosta al palco e apre il cofano. Ne fuoriesce una cascata di oggetti: vestiti, gilet, quadretti, maschere di cartone, luci LED. Sono elementi apparentemente scollegati, ma dotati di una notevole potenza evocativa: incarnano il non necessario, che per Alice diventa però indispensabile. La canzone “Ti voglio” di Ornella Vanoni, scelta e usata come sottofondo, enfatizza l’idea di possessività verso gli oggetti che alberga nel personaggio di Alice, creando una spirale ossessiva di accumulo.

La narrazione alterna aneddoti e scene di vita quotidiana, restituendo con vividezza gli odori e le montagne di oggetti che riempiono la sua casa. La chiave con cui sceglie di raccontarsi è quella comica. La formula vincente dell’ironia nasce dall’accumulo stesso, dall’esagerazione scenica degli oggetti che invadono lo spazio. Ma dietro il riso si intravede una profonda fragilità: attraverso gli oggetti, Alice conserva relazioni, ricordi e parti di sé. È proprio questa sovrapposizione tra ridicolo e commovente a generare il grottesco. Attraverso un linguaggio semplice, il coinvolgimento del pubblico e l’uso di riferimenti contemporanei, Alice riesce ad arrivare dritta a chi la ascolta, suscitando grande ilarità.
Dai denti del nonno conservati nel cassetto in cucina, fino ad alcuni libri sulla lingua esperanto, si vedono portati in scena gli oggetti più disparati. Ed è attraverso il ricordo che Alice ha del nonno, che la protagonista ci introduce questo suo disturbo, quasi come fosse una forma di eredità. Confessa che alla base della disposofobia c’è una grande paura di essere dimenticata: così lei, che si è appena trasferita nella casa dei nonni, conserva tutti i loro oggetti con lo scopo di non dimenticarsi di loro, allo stesso modo spera che un giorno qualcuno possa fare lo stesso con lei.
Ratatuia riflette sul modo in cui gli oggetti possano diventare vere e proprie estensioni della propria identità perché custodiscono ricordi, alleviano la solitudine e mantengono vivo il legame con chi non c’è più. Le cose che Alice porta con sé rispondono ai suoi bisogni emotivi, ma lasciano aperta una domanda: abbiamo davvero bisogno di meri oggetti per custodire i nostri vissuti?

Sofia Zanardi 


immagine di copertina: foto di Alessandro Villa

RATATUIA. TE LO REGALO SE VIENI A VEDERLO
di e con Alice Redini

La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026