La chiesetta sconsacrata del Parco Trotter, con le sue travi a vista e il riverbero vocale ovattato, si è prestata come mausoleo di un dolore atavico, poco spesso esplorato dal dispositivo teatrale.
I Run, andato in scena nella cornice del FringeMI 26 e scritto dalla drammaturga danese Line Mørkeby, con in scena Filippo Panigazzi per la regia di Gabriele Colferai, indaga l’elaborazione del lutto di una figlia.

Panigazzi è padre di Matilde, morta di leucemia a poco meno di dieci anni. È questo il perno del racconto, che determina l’asse temporale lungo cui la drammaturgia si srotola a ritroso e in senso cronologico, con la volontà di mappare sia gli sviluppi antecedenti sia gli echi nel presente. Dal giorno della morte di Matilde, il papà viene intrappolato in una spirale di dolore: le sue giornate, racconta lui stesso, hanno un andamento sincopato, continuamente spezzate dal pensiero di Matilde.
Fulcro dell’azione scenica è un tapis roulant, attivato ogni qualvolta i pensieri e le riflessioni corrono più veloci dello scorrere del tempo. Il protagonista sembra sempre cercare di battere la distanza dal giorno della scomparsa della figlia, un’intuizione suggestiva che tuttavia rischia a tratti di rimanere sullo sfondo, come un metronomo ritmico che scandisce il passaggio tra le scene e i ricordi, piuttosto che farsi motore primario dell’azione.

A fare da contraltare a questo movimento meccanico, la regia schiera una grammatica visiva ricca ed eterogenea: il disegno luci, i continui cambi d’abito tra indumenti tecnici e quotidiani, fino a una partitura musicale dalla forte sollecitazione emotiva sono soluzioni che testimoniano una grande cura produttiva, ma che rischiano di sovraccaricare un sentimento che possiederebbe già in sé una potenza evocativa sconfinata. Questa densità espressiva pare specchiarsi nella natura stessa della scrittura di Mørkeby, un testo così profondamente personale e specifico da rendere complesso l’approdo a una universalizzazione.
Di conseguenza anche il rapporto che Panigazzi instaura con la platea si muove su un crinale delicato: si siede tra il pubblico, lo sollecita con domande senza risposta, tentando di smascherare il disagio profondo nel farsi testimoni di un dolore così intimo. Una vicinanza che, anziché tradursi in un momento di reale condivisione, finisce per ripiegarsi su una dimensione di isolamento emotivo del protagonista.

Ciononostante, il lavoro conserva frammenti di netta lucidità drammaturgica. Ne è un esempio il momento in cui viene raccontata la diagnosi medica: la parola si fa cronaca e rievoca l’immagine di Matilde intenta a costruire una torre di giochi che crolla nell’esatto istante della sentenza. È in questi picchi di sottrazione che il dramma trova risonanza emotiva. Eppure, questo padre non smette mai di correre, ed è in questa ostinazione atletica che si avverte il nodo irrisolto dello spettacolo: in una cornice così dichiaratamente intima, l’atto scenico sembra faticare a trovare il varco per aprirsi all’esterno, lasciando lo spettatore sulla soglia di un incontro fragile e, in definitiva, di una vulnerabilità condivisa.

Giorgia Valeri 


immagine di copertina: foto di Alessandro Villa

I RUN
di Line Mørkeby
con Filippo Panigazzi
regia Gabriele Colferai
produzione Dogma Theatre Company
diritti di rappresentazione a cura di Nordiska ApS Copenhagen per tramite dell’Agenzia Danesi Tolnay

La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026