«Finora tutto ciò che mi è accaduto ha trovato la sua corrispondenza dentro di me. Questo è il segreto che mi attanaglia e mi sorregge, e non sono mai riuscita a parlarne con nessuno. Solo qui, sul limite estremo della vita, posso nominarlo», così apre Christa Wolf il celebre monologo della sua Cassandra. È proprio su quella soglia che le parole della profetessa troiana tornano a dialogare col presente, a margine della periferia di Milano, a San Siro, dentro il poliedrico spazio di mare culturale urbano. A fare da intermediaria, la voce e il corpo di Giulia Trivero. Calice di bianco alla mano, Trivero si presenta qualche minuto in ritardo, con la calma dell’amica di cui tutti conoscono la mancanza di puntualità ma che si aspetta comunque, perché ha sempre storie interessanti da raccontare. E infatti si pone davanti a noi con carisma, battute sagaci, anche ammiccanti al linguaggio proprio della stand-up comedy. Le risate catalizzano il patto tra performer e pubblico, preparando il campo a un graduale passaggio a toni più intimistici. Le luci quindi si spengono, l’aria si fa rarefatta: Trivero si barrica dietro il leggio, approccia le parole di Cassandra/Wolf con un’emotività crescente che il buio in sala espande e amplifica. È un gesto delicato della regia di Adele Di Bella, che ha voluto creare lo spazio per abitare l’intimità di quelle parole, per sentirle sulla propria pelle senza doverne rendere conto pubblicamente. E allora quella di Cassandra è una storia vera, ci dice Trivero, vera perché è la storia di tutte, soprattutto la sua.
La ricerca si inscrive nel più grande filone dell’autofinzione, servendosi della figura di Cassandra come perno per elaborare le ferite più esacerbanti dell’essere donna, in un mondo in cui il maschile permea e manipola la percezione di sé e del proprio corpo, delle proprie convinzioni. Trivero si muove continuamente tra Cassandra e la proiezione autofinzionale di se stessa attraverso un netto cambio di registro linguistico e di timbro vocale: profondo, denso e altisonante quando dà voce alla profetessa; semplice, schietto e quotidiano quando parla di sé, protetta anche dallo schermo dell’autoironia. I gesti sono tutti calibrati, studiati per dare il quadro di una donna che «dipende dalla disciplina di farsi del male»: ecco quindi che quando la tensione si fa troppo forte inspira a pieni polmoni un tiro di sigaretta o recupera il calice appoggiato alle casse laterali. Sono stratagemmi per imparare a stare: stare nel proprio disagio, dentro le proprie paure, stare nelle convinzioni che si sono radicate col tempo. E allora nel climax finale, la sovrapposizione tra Cassandra e se stessa si fa totale. Trivero scaglia in aria i fogli del testo: un gesto liberatorio con cui dichiara che non servono più le parole, l’autoanalisi o la mentalizzazione. C’è bisogno solo di corpo e di una voce potente, urlata, che si svincola finalmente da una narrazione già scritta per noi da altri. In questo scarto, la cortina di fumo a cui l’attrice consegna la propria confessione diventa la coltre che dissipa ogni distanza spazio-temporale: è l’incenso che brucia nel tempio in cui Cassandra fu violata e, insieme, il buio denso del presente dentro cui ancora oggi brancoliamo a tentoni, cercando una via d’uscita. Ed è qui che il cerchio si chiude. Quella che era iniziata come una conversazione leggera tra amici, si rivela per ciò che è sempre stata: l’anatomia di un segreto che finalmente trova la forza e il luogo per essere nominato, a viso aperto, in quel «limite estremo della vita», che poi è il teatro.
Giorgia Valeri
immagine di copertina: foto di Davide Aiello
CABAREXTRA VOLTAIRE EP.13 – MI CHIAMO CASSANDRA (NON MI CREDERAI)
un progetto di Firmamento Collettivo e Cabaretextra Voltaire – Associazione Exalge
regia Adele Di Bella
con Giulia Trivero
drammaturgia Giulia Trivero
luci Adele di Bella e Giovanni Pizzarotti
musiche originali di Andrea Cotroneo
produzione Cabarextra Voltaire – Associazione Exalge, Zerkalo
La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026