Come ogni anno, il FringeMI si apre a nuovi luoghi non prettamente teatrali, questa volta tocca a Factory Nolo, uno spazio per eventi, laboratori e sfilate di moda. È un luogo particolare, incastonato in un cortile di Viale Monza, accanto al celebre ristorante cinese “Le nove scodelle” che gli amanti (e non) del piccante difficilmente dimenticano. Factory offre alle rappresentazioni uno strano palco bianco di cemento che curva nell’ultimo metro delle pareti della sala: un ambiente che inizialmente appare asettico, ma che si rivela sorprendentemente adatto alla scena teatrale.
È qui che viene presentato Pleaser, il lavoro di Cristian Boscheri, regista e performer italiano residente a Rotterdam, per una produzione Circusstad Festival con sostegni olandesi e italiani (PimOff). Lo spettacolo ruota attorno al bisogno di compiacere, non solo come problematica legata a una fragilità personale, ma anche proprio come disfunzione sociale collettiva. La performance si apre con un timido clown che dispone una scala e una sedia ai lati della scena: sono oggetti simbolici che – dice chiaramente al Boscheri al pubblico nell’unico momento in cui parla –rappresentano i suoi genitori. Subito coinvolge due spettatori per interpretare sia la madre che il padre: è un’introduzione divertente e sorprendentemente efficace, nonostante l’imbarazzo iniziale.
La malcapitata madre, con voce in falsetto, deve soltanto ripetere: «La, la, laaaa», seduta sul palco mentre lavora a maglia con una parrucca bionda conficcata in testa. Ogni tanto accarezza il suo bambino immaginario, spingendolo sempre verso il basso, come a volerlo mantenere sempre il suo “cucciolo”. Dall’altro lato, il padre è in piedi su una scala con un trapano immaginario, intento a realizzare buchi inesistenti in un muro inesistente. Ordina al bambino invisibile di passargli alcuni attrezzi, che si rivelano sempre quelli sbagliati; così, ogni errore viene punito con un colpetto sulla mano, in modo via via più violento. Si ride molto tra trapani e improvvisi la la la, ma lentamente emerge l’angoscia di un bambino che cerca di liberarsi da genitori soffocanti che gli impediscono di crescere.
La parte centrale è un assolo di danza: il corpo di Boscheri tenta di svilupparsi ma resta incatenato, piegato, trattenuto, anche dopo aver fatto tornare i “genitori” tra il pubblico. La performance diventa così un’esplorazione fisica che diventa tentativo di liberazione: ogni movimento racconta la lotta del performer, dalle mani legate alla schiena sempre troppo rigida che gli impedisce il movimento. Quando finalmente sembra riuscire ad alzarsi, le mani si mostrano incatenate tra le gambe, impedendogli ancora una volta di raddrizzare la schiena.
Le luci intense, dal blu al rosso, e una musica quasi “badalamentiana” creano atmosfere che ricordano gli incubi di David Lynch, mentre la clownerie introduce contrasti che amplificano il lato inquietante. Chi siamo noi nel mondo? Burattini plasmati a immagine e somiglianza dei genitori o della società? Quanto ci lasciamo guidare o influenzare fino a farci modellare carattere, personalità e mentalità? Il bersaglio di Boschieri però non sono solamente i genitori, ma la società nel suo insieme. Non è un caso che la madre e il padre vengano scelti casualmente tra il pubblico: siamo tutti parte del meccanismo.
Pleaser è così una performance ironica e vulnerabile, piena di una comicità surreale che, attraverso un sapiente uso del corpo, mette a disagio lo spettatore e riscopre le nostre vulnerabilità. Ma soprattutto, ci mostra altre sfaccettature sulle dinamiche di potere all’interno d’amori distorti.
Claudio Casazza
immagine di copertina: foto di Davide Aiello
PLEASER
di e con Cristian Boscheri
regia Cristian Boscheri
clown coach Goos Meeuwsen
movement coach Shailesh Bahoran
occhi esterni Aurélia Brailowsk, Harvey Cobb, Daniele Romano
musiche originali e produzione musicale Carlo Dini
light design Edwin van Steenbergen
coproduzione Circusstad Festival (Circunstruction)
con il sostegno di Gemeente Rotterdam, Cultuurfonds, Amsterdam Fonds voor de
La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026