Dagli spalti disposti ai quattro lati dello spazio scenico i visi degli spettatori compongono nella semioscurità le pareti di una stanza, arredata da un tavolo e da un attaccapanni. Giorgina Pi – artista e regista romana qui in collaborazione con la compagnia Bluemotion – scommette nella potenza immaginifica delle parole di Caryl Churchill e lascia che Caffettiera blu si dipani dall’inizio alla fine nello stesso contesto scenografico. A ri-designare di volta in volta la scena sono infatti soltanto didascalie in voice over: bar, stazione, parco, e ancora salotto domestico e ospedale geriatrico. Sono questi i luoghi in cui Derek, giovane truffatore, irretisce diverse donne, convincendole ad accoglierlo come il figlio biologico perduto, dato in adozione appena nato; ed è qui che l’uomo infine incontra la sua vera madre, obnubilata dalla demenza senile.

Se è vero che la drammaturgia della Churchill, mostro sacro della drammaturgia inglese ma ancora poco rappresentata in Italia (la Pi è lodevole eccezione), pone pochissimi vincoli all’allestimento scenico, richiede invece una corposa sensibilità e intelligenza di esecuzione per sprigionare tutta l’intensità delle sue sfaccettature. Questo è fortunatamente il caso degli interpreti di Bluemotion che riescono a rendere interessanti personaggi privi di spessore biografico e psicologico senza cadere mai nella trappola del macchiettistico. Per ben quattro volte spiamo il protagonista mentre ripropone la sua solfa truffaldina ad altrettante “Mrs.”, colpevoli di aver abdicato alla propria maternità: una volta svelata al pubblico la dinamica dell’inganno, le scene si ripetono infatti senza che il racconto si sviluppi in alcuna direzione, come esercizi di stile che delegano all’interpretazione degli attori il compito di mantenere alta l’attenzione del pubblico. Ma non finisce qui. Non appena la narrazione si arricchisce di nuovi elementi, agli interpreti si presenta una nuova sfida: nel tessuto drammaturgico vengono introdotte, in maniera apparentemente illogica e via via più massiccia, le parole chiave “caffettiera” e “blu”, chiamate a soffocare prepotentemente il senso delle frasi che i personaggi si rivolgono. Ne scaturisce un’’incomunicabilità di stampo “ionescano” che appare come esito diretto della falsità – almeno apparente – delle relazioni parentali rivendicate.

Il linguaggio assume quindi un ruolo cruciale nella rappresentazione, e grandissima responsabilità ricade giocoforza sul traduttore, le cui scelte, più che altrove, hanno un impatto decisivo sul carattere dell’opera. Laura Caretti e Margaret Rose marcano gli aspetti umoristici dell’originale giocando con la disponibilità flessiva e generativa dell’italiano: mentre la Churchill introduce infatti le parole “blue” e “kettle” come elementi invariabili (per intenderci: “then I ever blue” e non “blued”), nella versione nostrana “you was a little blue” si trasforma nel buffo “eri un bluino”.

Non mancano allora soluzioni capaci di rendere lo spettacolo divertente e godibile, tanto sul piano registico che su quello drammaturgico, anche se alcune delle potenziali inquietudini del testo sembrano talvolta disinnescate. Seppure relativamente recente (1997), l’opera della Churchill sembra infatti mutuare alcune tecniche compositive del teatro dell’assurdo, oggi forse talmente note al pubblico da risultare famigliari e confortevoli piuttosto che provocatoriamente stranianti. Caffettiera blu ha però senz’altro il merito di aprire una seria riflessione sul tema della maternità – ed è forse questo, in primo luogo, che risponde all’urgenza di una regista politicamente impegnata come Giorgina Pi, membro insieme ai Bluemotion, del collettivo capitolino indipendente dell’Angelo Mai (vincitore del Premio Ubu Franco Quadri 2016). Il rifiuto del ruolo materno e il conflitto irrisolto che questa scelta può suscitare diventano il centro della riflessione della Pi: quando l’imprevisto irrompe nella vita, ci impone di fare i conti con decisioni che credevamo ormai sedimentate nel profondo, anche a costo di mettere a repentaglio il nostro equilibrio esistenziale.

Chiara Mignemi

Caffettiera blu
di Caryl Churchill
traduzione di Laura Caretti e Margaret Rose
uno spettacolo di BLUEMOTION
regia: Giorgina Pi
con Sylvia De Fanti, Mauro Milone, Aglaia Mora, Laura Pizzirani, Alessandro Riceci e Federica Santoro
voce fuori campo: Marco Cavalcoli
costumi: Gianluca Falaschi
luci: Giorgina Pi, Marco Guarrera
dimensione sonora: Valerio Vigliar
suoni: Michele Boreggi

Visto a Olinda – TeatroLaCucina nell’ambito di Da vicino nessuno è normale_13 giugno 2018