Il Giardino delle Esperidi ripropone per il secondo weekend una serie di appuntamenti performativi che dialogano con il morbido paesaggio della provincia brianzola, e che sembrano costitutivamente insofferenti a un perimetro scenico tradizionale e limitato. Non mancano rappresentazioni che starebbero comode anche al chiuso, ma che nel contesto del festival acquisiscono nuove risonanze.

È questo il caso dello spettacolo scritto, diretto e interpretato da Soledad Nicolazzi, che nel suo Marbleland, accompagnato dalle musiche dal vivo di Alessandra D’Aietti, confida nella solidarietà del pubblico del festival, composto per la maggior parte da autoctoni. L’indignazione nel vedere le Alpi Apuane quotidianamente violate non riguarda solo i toscani – sembra suggerire la Nicolazzi – ma chiunque ama la propria terra. Il monologo della protagonista accoglie la pluralità di voci di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, sono stati coinvolti nella filiera produttiva del marmo nostrano; pareri contrastanti, testimonianze di oggi e di ieri (intervengono addirittura una matrona romana ed una nobildonna settecentesca) contribuiscono a rendere l’inchiesta intelligente ed equilibrata. L’inserzione di contributi audiovisivi, a cura di Federico Pozuelo, conferisce allo spettacolo una veste documentaristica, e permette al pubblico di apprezzare in modo lampante gli esiti del disastro ecologico perpetrato a danno del paesaggio carrarese. La denuncia ha il merito di non scadere in buonismi e facilonerie, e non nasconde le necessità economiche che stanno alla base dello sfruttamento di una materia prima altamente redditizia. Nel continuo avvicendarsi di suoni, immagini, personaggi (Soledad Nicolazzi interpreta da sola una decina di ruoli differenti) qualcosa si potrebbe sfoltire, anche per non distogliere l’attenzione dal tema e dagli aspetti universali della storia: l’uomo che cerca la propria fortuna a scapito di quella altrui si rende complice di un disastro irreversibile.

Ad esplorare i cortocircuiti che si possono creare tra il paesaggio in cui è immerso lo spettacolo (in questo caso i dolci colli di Figina, Galbiate) e il paesaggio in cui nasce la drammaturgia (il cagliaritano) è Laribiancos di Pierpaolo Piludu. I rintocchi della campana di Figina si confondono con quelli di Arasolè, un paesino sardo di pochi abitanti: provengono dall’epoca lontana in cui visse Daniele Mele, noto Culubiancu, campanaro tenacemente fedele alla memoria dei suoi amici morti durante la guerra nelle gelide steppe russe. Un monologo bilingue, italiano e sardo logudorese, tratto dal romanzo di Francesco Masala Quelli dalle labbra bianche (cioè i bambini costretti ad una dieta povera di proteine).  Piludu, seguendo Masala, racconta le vite di Mammutone, Tric Trac, Charlot, poveri diavoli “battezzati al buio e senza sale”, con estro misurato, espressività dolce, pacata; il dialetto s’infiltra nella narrazione e le conferisce a tratti una coloritura impressionista, immediatamente avvincente.

Se la drammaturgia di Laribiancos e di Marbleland conducono il pubblico delle Esperidi in un territorio lontano ma non troppo, Folliar di Astorri/Tintinelli (qui la recensione completa di Corrado Rovida che lo aveva visto in anteprima a ITfestival) lo porta nell'”altrove” della creazione artistica. Alberto Astorri e Paola Tintinelli (qui nei panni di un capocomico cieco e di un buffo collega) raccolgono e rielaborano le più alte e celebri riflessioni sul senso della creatività umana con virtuosistica leggerezza: un florilegio di omaggi a filosofi antichi e contemporanei, drammaturghi dell’assurdo e cabarettisti di inizio Novecento confluisce con ironico disincanto in un’opera intimamente autobiografica, in cui i protagonisti mettono a nudo la fragile essenza del proprio mestiere. L’artista non è più tale se perde l’eccezionale capacità di osservare il mondo con stupore ed entusiasmo; quando subentrano noia e abitudine, l’arte perde ogni nutrimento. Se i personaggi di Aspettando Godot si limitavano a fantasticare il suicidio, in Folliar questo preciso passo del capolavoro beckettiano viene citato letteralmente per proporre un finale diverso, non più aperto ma anzi drasticamente risolutivo, e addirittura crudele.

Il paesaggio reale – giura il solo dei due clown che può vedere – è inferiore alle aspettative di chi può solamente immaginare: fuori dalla finestra non c’è nulla di interessante e il mondo, guardato a lungo, può procurare soltanto noia e disgusto. La scena – vista nel cortile interno della residenza di Campsirago, con una immensa apertura all’orizzonte – acquista echi profondi. E gli spettatori possono perdersi a sovrapporre il paesaggio reale che hanno davanti agli occhi e quello immaginario evocato dalle parole degli attori.

Chiara Mignemi