Per raccontare di come Mattia riesca a trovare una sorta di pace, nel suo Il fu Mattia Pascal Pirandello scrive: «Dopo avere errato un pezzo sperduto in quella nuova libertà illimitata, avevo finalmente acquistato l’equilibrio, raggiunto l’ideale che m’ero prefisso, di far di me un’altro uomo, per vivere un’altra vita, che ora, ecco, sentivo piena in me». Questa soluzione non troverà una risoluzione pacifica e Pirandello non è l’unico a interrogarsi sul problema dell’identità e sul tema del doppio, indagato anche, tra gli altri, da Stevenson, autore de Il misterioso caso di dottor Jekyll e Mr. Hyde.
Ma la condizione di una creatura divisa che vuole ritrovare la propria identità è un tema che va oltre la cultura occidentale. Per esempio, nel poema di tradizione persiana Il discorso degli uccelli, è narrata la vicenda di un gruppo di volatili guidati da un’upupa alla ricerca di Simurgh — uccello della mitologia persiana riconducibile alla fenice e allegoria di Dio. Alla fine del loro viaggio, non trovano altro se non uno specchio in cui riflettersi, rivelando come Dio non è esterno, bensì costituisce la realtà di ciò che esiste.

Facendo eco a questo dissidio interiore Pouria Jashn Tirgan racconta la propria dualità presentando In caso nato al FringeMI 2026 alla Cascina San Paolo nel quartiere Adriano. Intersecando linguaggi tipici del teatro di narrazione con forme più legate alla slam poetry Tirgan racconta della sua dualità: iraniano per gli occhi, a causa delle origini paterne, e italiano per lingua, essendo cresciuto in Italia e figlio di una madre italiana. Il commento «non si direbbe che non sei italiano», rivoltogli da una donna durante un viaggio in treno, apre una riflessione sulla propria identità in quanto figlio di due culture, ma membro di nessuna.
Sin da piccolo, il protagonista si è trovato infatti in mezzo a due mondi: la cultura italiana della madre (luogo in cui è nato e ha sempre vissuto), contro quella iraniana, trasmessagli in particolare dal padre e dallo zio, definiti entrambi da Tirgan come «iraniani orgogliosi». Insieme a loro ha vissuto momenti salienti della storia dell’Iran come la vittoria di Ahmadinejad del 2009, momento di cui ricorda il forte senso di impotenza dei parenti iraniani davanti a quelle notizie ricevute mentre si trovano in Italia. Una reazione non così tanto sentita da Tirgan, che, per quanto legato a quella terra dal sangue, non la vede come casa propria, ma come un luogo lontano su cui può farsi raccontare qualche storia dallo zio, come quelle del periodo in cui ha preso parte alla guerra tra Iran e Iraq.
In Tirgan emergono due identità in continuo dialogo e conflitto tra loro. Da una parte, l’incapacità di sentirsi pienamente riconosciuto come italiano, condizionata dal suo aspetto e dal suo nome; dall’altra, la difficoltà di rivendicare un’appartenenza iraniana, legato a una terra lontana, nella quale non è cresciuto ma con cui sente di avere un legame.
Questa condizione di sospensione identitaria trova sollievo attraverso il racconto e la poesia, recitata sia in italiano che in persiano, diventando strumento per esplorare e ricomporre una memoria culturale complessa. Così Tirgan trasforma un’esperienza personale in allegoria per poter parlare di un’esperienza, come il legame con la propria terra, che accomuna tutti e per riappropriarsi di una parte della propria identità culturale.

Carlo Paroli 


immagine di copertina: foto di Davide Aiello

IN CAOS NATO
di e con Pouria Jashn Tirgan
luci Simone Isa
con il sostegno di Ferrara Off

La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026