Francesco d’Amore, drammaturgo e attore, nel 2009 fondava con Luciana Maniaci il premiato duo Maniaci d’Amore. Formatosi presso il Centro Universitario di Bari e poi a Torino, dal 2015 è anche formatore e docente di drammaturgia e teatro alla Scuola Holden del capoluogo piemontese. Nella nostra conversazione di qualche settimana fa, d’Amore ha parlato della sua formazione, della sua ricerca artistica, del passaggio di categoria da under a over 35, fino ai suoi progetti in tempi di pandemia. 

Partiamo dalle origini: sul palco fai coppia da anni con Luciana Maniaci con cui formate Maniaci D’Amore. I vostri spettacoli sono spesso votati a una sensibilità psicologica particolarmente ironica e paradossale che ora, in tempi di pandemia, si dovrà inevitabilmente confrontare con la necessità di una coscienza politica e sociale. Come pensi che questa situazione si rifletterà sul vostro lavoro, sul vostro linguaggio?
La prima considerazione che mi viene da fare è che la storia di Maniaci D’Amore, diversamente da altre all’interno della scena contemporanea, è fatta di spettacoli che hanno avuto una vita molto lunga. Il nostro amore schifo, ad esempio, lo abbiamo replicato per dieci anni, con picchi di trenta o quaranta repliche a stagione! È uno spettacolo, quindi, che ci accompagna da sempre ed era naturale cominciare a credere che sarebbe stato uno spettacolo costantemente attivo nel nostro repertorio. Questo fino all’anno scorso. Poi c’è stata la pandemia e tutto si è interrotto. Per la prima volta, in un certo senso, ho iniziato a pensare a quello spettacolo come “passato”. Eppure non c’è stato, come spesso avviene con alcuni lavori, un suo esaurirsi spontaneo: lo spettacolo è stato proprio troncato, l’abbiamo perso. Rischiando di essere indelicato potrei dire che  è morto di una morte violenta!  E tutto ciò sicuramente mi sta facendo effetto, a più livelli. Mi spiego meglio: Il nostro amore schifo era, senza dubbio, uno dei lavori in cui era ben presente la nostra vena di coppia un po’ surreale cui accennavi, declinata forse in un’atmosfera grottesca, ma pienamente riconoscibile proprio perché psicologicamente fondata. Il grottesco apre spesso a una dimensione altra, in genere “peggiore”, più negativa, e infatti, col senno di poi, i nostri spettacoli si sono sempre rivelati anche leggermente distopici: Petronia – col suo mondo immobile, pietrificato – ne è un esempio. Eppure, ora che tutto è davvero immobile e abbiamo difficoltà persino a immaginarci un’attesa, mi verrebbe difficile ripensare a quegli spettacoli con uno spirito così divertito o estremo… surreale appunto. Forse non è più il momento delle distopie. Non perché risulterebbero fuori luogo, ma perché la nostra percezione e la ricezione altrui di lavori scenici di quel tipo sarebbero diverse. Quindi, per tornare alla tua domanda, non so ancora come cambierà il nostro lavoro: è una questione su cui mi sto interrogando ma spero di trovare una risposta “facendo”.

Oltre al lavoro sul palcoscenico e a quello di drammaturgo, oggi insegni alla Scuola Holden di Torino, dove, del resto, ti sei formato. È sufficiente una “scuola di scrittura” per imparare a scrivere? Quali sono i tuoi riferimenti letterari in questo momento?
La cosa più importante che mi ha insegnato la Scuola Holden è che non esiste nessuna “Scuola di scrittura” ma, semmai, esistono “scuole di lettura”. Ciò che cerco di fare da docente è proprio insegnare a leggere, che è una cosa molto complessa. Ad esempio in questo momento stiamo tenendo diversi laboratori online di autobiografia, che, ancor prima che con la scrittura, hanno a che fare con la costruzione dell’ascolto: una condizione che per noi è presupposto fondamentale per poter imparare (anche) a scrivere bene. È questo il nostro modo attuale di continuare per così dire a fare teatro: non affidando gli spettacoli allo streaming (cosa che reputerei personalmente un atto di abdicazione) ma creando un luogo, seppur virtuale, in cui le persone possono incontrarsi – in un momento in cui si avverte particolarmente il bisogno di “ritirarsi” psicologicamente. In questi piccoli laboratori (di 8 persone al massimo) tutto ruota intorno alla condivisione dei partecipanti: attraverso la condivisione di esperienze e attraverso la lettura collettiva di racconti, film e brani . Un esercizio che serve per comprendere, con metodo e tramite un’analisi del testo scevra il più possibile dalle interpretazioni personali, che ogni racconto ha un senso, sviluppa un pensiero intorno a un tema. Sembra un’ovvietà, ma spesso non lo è neanche per chi scrive! Quanto a me, al di là del teatro (che trovo faticoso da leggere e che non mi dà la stessa emozione dell’andare a teatro), leggo tantissima narrativa, ma anche saggi. La mia personale scuola di lettura annovera sicuramente Paul Watzlawick – che è stato fondamentale, ad esempio per il nostro studio della pragmatica della comunicazione umana –, oppure Ronald Laing (che è un anti-psichiatra folle e rivoluzionario), ma anche poesia: Vivian Lamarque ci ha insegnato molto sullo stile, e poi i classici: Tolstoj, Proust, Virginia Woolf… insomma mi interessa sempre chi guarda la realtà attraverso letture di più livelli. Ovviamente gli autori cambiano di continuo!

Francesco D’Amore e Luciana Maniaci (ph: © Federico Botta)

Hai voglia di raccontarci brevemente della tua esperienza formativa presso il Centro Universitario Teatrale di Bari? Hai sentito da subito l’urgenza della scrittura per il teatro e, poi, quella di essere interprete di “te stesso”?
Ho sempre voluto scrivere e al CUT ho iniziato un po’ per caso, trascinato da alcune persone! Lì ho capito che potevo anche stare in scena e, anzi, proprio lo stare in scena mi aiutava a capire le dinamiche drammaturgiche. Eppure per tanto tempo ho vissuto un conflitto: a me interessava scrivere e non volevo confondermi, proprio perché ho sempre avuto un rapporto controverso non tanto con lo stare in scena, ma proprio con il concepirmi attore. Al CUT si andava a lezione tre giorni alla settimana per 3 ore al giorno, quindi d’improvviso è diventata a tutti gli effetti una pratica di 9 ore a settimana. Lì ho capito cosa volevo: fare teatro a tempo pieno, avendo la possibilità di imparare molto più sulla scena, calcandola, invece di rimanere davanti a un foglio a immaginare situazioni drammaturgiche. In più, a 19 anni, avevo la possibilità di stare con gente che voleva fare quello che facevo io. E frequentare gente affetta dalle tue stesse passioni è forse in assoluto ciò che più si avvicina alla felicità.

Da non molto hai passato il confine dei 35 anni, che nel teatro in Italia segna, almeno formalmente, un passaggio di categoria. Ma è un confine reale? E soprattutto esistono strumenti di sostegno sufficienti per gli artisti giovani?
Differenze sostanziali nel passaggio da under a over 35 a  non ne ho praticamente sentite. Parto però dal presupposto che né io né Luciana, come compagnia, abbiamo mai tratto grandi vantaggi né forme di sostegno particolari dall’essere under 35, se non la partecipazione ad alcuni Festival. In generale, ho l’impressione che non ci siano grandi strumenti dedicati agli under 35: mi sembra che tutto il sistema teatrale sia poco orientato a una genuina ricerca, a dare attenzione ai movimenti artistici più giovani e che stanno nascendo. È sempre tutto più burocratico che artistico: manca un ragionamento, una politica concreta.

Periodo di immobilità a parte, lasciamoci con una nota di positività: a che cosa stai lavorando oggi?
Come compagnia abbiamo voglia da tempo di realizzare uno spettacolo di grandi dimensioni e, pur essendo il momento più sbagliato, ci siamo convinti che sia il momento giusto per iniziare a lavorarci! È un testo con 4 attori (me e Luciana compresi), con una dinamica abbastanza ampia e con una parabola drammaturgica di una certa importanza. Insomma, ci vogliono soldi e una realtà che ci sostenga. Stiamo scrivendo lo spettacolo e si tratta, di qualcosa di diverso dal solito perché esploriamo una dimensione più autobiografica, mentre non ci sarà probabilmente molto spazio per quella dimensione surreale che ci caratterizza. La vicenda riguarda una famiglia spaccata e, in particolare, la distanza che separa due nuclei che vivono nello stesso pianerottolo: la nonna, che vive sola, e la figlia di questa donna che vive nell’altra casa con i propri figli. Non parlano da anni e a dividerle è proprio la zona neutra del pianerottolo, attraversata dai bambini che, passando da una casa all’altra, tentano di tenere unite le due famiglie. Ma, essendo bambini, ricevono più danni che altro da questo tentativo – anche perché nessuno vede o sa davvero che cosa fanno e sentono i bambini. Stiamo lavorando su questo, quindi, con l’incoscienza di pensare che il tutto si possa realizzare un domani: vedremo. Io e Luciana interpretiamo i bambini: stiamo lavorando a un linguaggio che non scimmiotti l’infanzia ma che la evochi senza renderla “stonata”. Una ricerca drammaturgica che trovo davvero impegnativa ma anche affascinante. In più cerchiamo due attrici e ci piacerebbe anche fare dei provini: provare insomma qualcosa che si sposti un po’ dalla nostra ordinaria amministrazione lavorativa. Vogliamo che, nonostante il periodo, succedano delle cose assurde: vogliamo fare casino!

a cura di Benedetta Buttarelli