Sara Baldassarre lo annuncia dal primo momento con la leggerezza di chi ha capito che ridere di sé è già, in fondo, una forma di coraggio, forse la più difficile. Siamo al Birrificio La Ribalta di Dergano, al FringeMI 2026, e la performer comincia a parlare quando non appena il pubblico ha trovato posto. Lo spazio è essenziale: una panca, una sedia posturale inginocchiata, una pedana in legno leggermente rialzata, un paravento. Pochi oggetti, tutti funzionali, per una scenografia che non ambisce a rappresentare il mondo ma a ridurlo al suo scheletro: così come il testo riduce l’esperienza generazionale ai suoi meccanismi più nudi.
Il dispositivo drammaturgico è semplice e tagliente: una donna riscrive all’infinito la stessa mail a una misteriosa “commissione”, entità volutamente anonima che di volta in volta incarna l’istituzione, il selezionatore, l’arbitro invisibile del merito. Ogni tentativo corrisponde a un nuovo registro: formale, appassionato, ironico, disperato. A un certo punto, la protagonista cambia persino il titolo di uno spettacolo che vorrebbe proporre al misterioso interlocutore da Educazione alla gloria a Glory Education come se un inglesismo potesse fare l’effetto che il talento non riesce a fare da solo, come se il problema non fosse il contenuto ma la confezione. «Io sono un ottimo investimento», afferma rivolgendosi al pubblico con l’aria di chi prova a convincere qualcuno per convincersi da sola, con una sicurezza talmente costruita da essere già una crepa nell’immagine che vorrebbe vendere di sé. Il linguaggio dell’economia colonizza la grammatica dell’identità, e fa ridere e fa male perché lo riconosciamo immediatamente come nostro.

La comicità di Baldassarre non punta alla risata fragorosa, ma costruisce una complicità lenta e progressiva con il pubblico: si empatizza perché ci si ritrova nell’ansia da prestazione, nel dover rendere ogni passione un prodotto vendibile, ogni vocazione una proposta di valore. Assistiamo a una telefonata col padre: lei ha trent’anni, non è ancora economicamente indipendente; gli chiede di finanziare un altro master, come se la formazione perpetua fosse l’unico modo per sperare di poter davvero, un giorno, fare “il grande salto”, quella svolta attesa così a lungo per il lavoro che sogna. Vediamo Instagram, il confronto costante con le felicità altrui, la sensazione che gli altri stiano saltando mentre tu sei ancora in rincorsa senza nemmeno sapere bene verso cosa.
Baldassarre si muove tra diversi registri: le lezioni di storia, i grandi poeti, il rap fino al flamenco, indossando con gesto fulmineo delle scarpette rosse, come chi insegue con determinazione i propri sogni nel mezzo della battaglia. Finché la musica si interrompe e arriva la notizia che la commissione non ha selezionato lei, ma una sua amica. Scatta nuovamente il confronto con chi ce l’ha fatta, con chi il salto lo ha già compiuto e scatena qualcosa di inatteso. Il corpo prende il sopravvento sulla parola. La fame di affermazione, di spazio, di legittimità, si manifesta con un’energia animalesca, quasi licantropa, liberatoria. È il punto di rottura.

La regia di Letizia Buchini, compagna di studi di Baldassarre all’Accademia Nico Pepe di Udine e con lei vincitrice del Premio Giovani Realtà del Teatro 2024, sostiene lo spettacolo senza sovrascrivere, lasciando al corpo e alla parola tutto lo spazio che meritano. È una regia che sa farsi invisibile nel momento giusto, che conosce la differenza tra contenere e soffocare.
Distinti saluti non ha la pretesa di fare il grande salto, né racconta una vita in cui tutto felicemente si realizza. Incornicia semmai qualcosa di più onesto e comune: la fatica di inseguire i propri sogni in un paese in cui il lavoro da solo troppo spesso non basta. La protagonista ce lo mostra senza pietismi, con ironia e con il corpo. E alla fine annuncia, quasi con solennità, che questo sarà il suo ultimo spettacolo, che d’ora in poi farà la professoressa di storia dell’arte, e che ogni tanto tornerà a teatro, in platea, a guardare gli amici che ce l’hanno fatta. Sembra una resa. Ma forse chi ha appena scritto, diretto, interpretato e portato in scena Distinti saluti non ha bisogno di aspettare nessuna commissione: un grande salto l’ha già fatto.

Oksana Dupi 


immagine di copertina: foto di Davide Aiello

DISTINTI SALUTI
di Sara Baldassarre e Letizia Buchini
regia Letizia Buchini
con Sara Baldassarre
drammaturgia Sara Baldassarre
tutoraggio artistico Niccolò Fettarappa
produzione Teatro della Caduta
con il sostegno di IDRA Teatro Brescia, Settimo Cielo Teatro, Danza Urbana rete H(abita)t, MousikèProgetto

La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026