Sperimentazione, partecipazione e apertura ai linguaggi, nell’ascolto dei diversi pubblici. Sembrano essere queste le diverse facce della programmazione dell’ultimo fine settimana del festival Il giardino delle Esperidi, che esplora i territori della danza. Mentre nell’intimità di una stanza abbandonata di Palazzo Gambassi Chiara Ameglio dà corpo a una ricerca sul tema del mostro (TRIEB_L’indagine, nuova produzione di Fattoria Vittadini), il palco all’aperto nel cortile grande di Campsirago Residenza ospita sul far della sera due spettacoli internazionali capaci di avvicinare un pubblico più ampio ed eterogeneo. My Odissey, della energica performer danese Tilde Knudsen, è una libera improvvisazione sull’Odissea, che si rincorre in un’ora secca di folle e accurato intrattenimento tra movimento e parola, nell’attento ascolto degli spettatori e dell’ambiente open air. Più elaborato, pur nella sua spiccata indole inclusiva, lo spettacolo della compagnia ceca Verte Dance.

Mentre gli spettatori si accomodano in platea i ballerini sono ad aspettarli in tuta e scarpe da ginnastica, intenti a riscaldarsi. Inizia così la chiamata di Let’s dance!, un’indagine a porte aperte sulla danza: prima della musica, dei costumi sfavillanti e dell’impeccabile contegno dei volti, ci sono ore e ore di prove accompagnate da ansimi, sudore, smorfie di fatica. Un’immagine per certi aspetti dissacrante, che denuncia la volontà di avvicinare i “profani”a un’arte che viene talvolta intesa come altezzosa ed elitaria. Mentre i quattro componenti della compagnia fanno stretching ai piedi del boccascena, la regista ne approfitta per erudire gli spettatori sui capisaldi del balletto e del teatrodanza, leggendo ad alta voce alcune definizioni dalla schermata di un computer; di tanto in tanto interrompe i danzatori e chiede loro di improvvisare qualche passo o esercizio, a titolo di esempio. Se in un primo momentoi ragazzi obbediscono svogliati, poi si ribellano alla petulanza della coreografa. Guadagnato il palcoscenico invitano gli spettatori a sedersi per terra ai quattro lati del perimetro e iniziano a ballare; a poco a poco ai passi di danza si uniscono le parole, e i quattro raccontano al pubblico la loro storia personale. Li accomuna – oltre alla passione e alla strenua dedizione per la danza – l’aver incontrato, nel corso della propria vita, ostacoli che parevano insormontabili: ferite profonde, talvolta indicibili, che un “duetto” può raccontare meglio delle parole.

Nonostante il tono della narrazione sia ironico e vivace, a tratti decisamente comico, non vengono taciute le sofferenze di percorsi autobiografici di “diversità”, che si accomunano in quello che un aspirante ballerino deve patire nel lungo percorso di formazione che prelude al professionismo: se fatica e concentrazione sono ingredienti essenziali e imprescindibili per la costruzione del physique du rôle, è damettere in conto anche una forma di stillicidio morale troppo spesso insito nel mondo dello spettacolo. I ragazzi di Verte Dance, emancipati da costrizioni imposte da pregiudizi e prevaricazioni, hanno tramutato in ricchezza le loro peculiarità: si dicono finalmente liberi, orgogliosi della formazione composita di questo quartetto che accoglie “four colours, four genders”. Un ensemble in cui si sprigiona l’individualità di ciascun componente: il rigore delle coreografie esalta l’espressività dei corpi, che si incontrano, si mescolano e poi si divincolano l’uno dall’altro.

Ma la compagnia ceca preferisce ottenere partecipazione, piuttosto che estatica contemplazione: agli spettatori viene chiesto di collaborare, di allacciare e slacciare tutù, di improvvisare con la voce sessioni ritmiche per accompagnare assoli e duetti, di rispondere a domande e stimoli; un coinvolgimento che culmina nel finale, quando i ballerini stappano delle birre e le offrono a tutti i presenti, con l’invito a salire sul palco e danzare assieme a loro. Il pubblico anima una pista da ballo improvvisata, sotto il cielo stellato; e dalla pianura brianzola prende vitala frazione di Campsirago, illuminata e danzante.

Chiara Mignemi