di Alfred Jarry
regia di Enrico Casale – Compagnia degli scarti
visto al Pim Off di Milano_10-13 Giugno 2012

Partorito tra i banchi di scuola da Alfred Jarry, Ubu Re ha ben presto abbandonato le aule scolastiche per ritornarci più tardi come oggetto di studio, dopo essersi imposto come un classico del teatro del Novecento.
Sarà per la sua carica sovversiva e per aver aperto la strada, a detta di molti, al teatro dell’assurdo, sarà per il suo linguaggio immaginifico e per un gusto del grottesco che tanto bene si adatta alla modernità, fatto sta che l’ambizione dello spregevole padre Ubu sembra aver avuto la sua miglior affermazione nel mondo reale catturando l’attenzione di innumerevoli artisti – da Dario Fo a Vinicio Capossela, per citarne di nostrani – e continuando a fare da specchio a meccanismi e uomini di potere.

La Compagnia degli Scarti approda da La Spezia a Milano per portarne al Pim Off la propria versione Ubu Rex, con la regia di Enrico Casale, dopo averlo presentato con successo nel 2011 al Kilowatt festival, fucina sempre attenta alle nuove proposte del panorama teatrale.
Quando si entra in sala, complice la dimensione intima del Pim Off, la prima cosa che si avverte è l’odore che i corpi degli attori disposti sulle gradinate bardati da tute nere emanano: la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad atleti che vibrano, dopo un riscaldamento, nell’attesa della performance agonistica. E infatti, non appena lo spettacolo inizia, appare subito chiaro che la fisicità è una caratteristica peculiare di questo collettivo: la sincronia dei gesti, i tempi comici, la gestione degli oggetti in scena, tutto fa pensare quasi a una danza, a una macchina oliata alla perfezione in cui ogni elemento serve a donare dinamismo e ritmo.

La regia non è da meno nel supportare il lavoro degli attori con un montaggio incisivo e intelligente: qualora ci sia una sbavatura, un’imprecisione o un compiacimento retorico non c’è il tempo di accorgersene, la critica – e a volte anche la riflessione – viene rimandata a dopo, ciò che governa è lo slancio. Del resto quello di Jarry è un carnevale chiassoso, feroce e irriverente: se l’operazione degli Scarti risulta filologica lo è nel migliore dei modi, quello dello spirito.
Così se da un lato il testo non viene toccato e alcuni costumi (come l’armatura da battaglia di padre Ubu) ricalcano con esattezza quelli disegnati dallo stesso Jarry, dall’altro gli espedienti attorali, quelli tecnici e l’utilizzo misurato di riferimenti pittorici e cinematografici – Venceslao e la sua corte richiamano la delegazione bizantina di  Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno di Monicelli – diventano elementi di uno stile sicuramente personale ma aderente all’originale.
Nella formazione della compagnia diversi metodi, dal Living Theatre a quello forse più evidente di Jacques Lecoq, contribuiscono a creare una scena sempre viva e cangiante: l’attore, secondo il maestro francese, è chiamato dopo aver affrontato una parte di mimesi del testo e delle azioni a una “trasposizione autorale” di ciò che si indaga, portandolo a un confronto con la drammaturgia, e quindi con la scena, mai banalizzante. Così, benché qualche limite ci sia e si intraveda in particolare nella seconda parte del lavoro, quasi tutto appare frutto di una ricerca, di un interrogarsi.
La strada del gruppo – si legge sul sito della compagnia – si è sviluppata grazie al costante lavoro e alla disciplina, arrivando al professionismo nell’aprile 2010: un teatro indipendente, dunque, “arrancante” in una sfida costante di sopravvivenza e resistenza. Un teatro in un certo senso operaio, a dimostrazione che, pur partendo dal basso, con risultati come questi  si può puntare lontano.

Corrado Rovida