In un mondo che sembra andare sempre più alla deriva, ha ancora senso avere dei figli? I BumBumFritz affrontano il tema della genitorialità attraverso la musica elettronica dal vivo, intrecciando le inquietudini che attraversano le ultime generazioni ai dati statistici degli ultimi anni. Michele Tonicello e Giovanni Frison, in un’atmosfera sospesa tra disincanto e lucidità, hanno parlato con noi delle loro scelte artistiche e del processo creativo di Dad or Alive.

Da dove nasce la scelta del titolo?
Michele Tonicello: La scelta del titolo è piuttosto singolare. Abbiamo deciso di confrontarci col tempo che passa per ciascuno di noi, con una società che genera ansia, con il desiderio di diventare genitori, chiedendoci se abbia ancora senso diventarlo. Questa è, ovviamente, una scelta di vita personale, che determina svolte nel percorso lavorativo.
Giovanni Frison: Il gioco di parole presente nel titolo è una provocazione e  può simboleggiare anche la morte di varie opportunità e della propria condizione lavorativa. La genitorialità diventa, quindi, un problema, perché non è sostenuta economicamente.

In un momento dello spettacolo ci avete raccontato la vicenda dei musicisti del Titanic che continuano a suonare nonostante siano ben consapevoli di morire. Può essere un esempio di tragica bellezza che rimanda al concetto di immortalità del teatro? Allo scrivere e recitare nonostante il mondo stia affondando?
GF: Sì, è una lettura possibile. Quando una scrittura lascia spazio, il pubblico può e deve inserirsi proprio in quest’ultimo così da dare un’interpretazione anche personale. Tutti i dati e le testimonianze che abbiamo raccolto sono sconcertanti e guardando i numeri delle statistiche, di certo non si può pensare a un cambiamento positivo in futuro. Infatti, ora come ora, non avrebbe alcun senso fare un figlio. Eppure, siamo ancora qui a discutere se conviene avere figli o meno. Evidentemente, c’è il desiderio di diventare genitori e la bellezza risiede in questo: essere attratti da un qualcosa che non si conosce (sebbene ci possa spaventare) stuzzicando al contempo i nostri sogni.

Come riuscite a unire un racconto che può apparire pessimistico a una narrazione più leggera?
GF: In realtà, partendo da dati e testimonianze selezionate non mostriamo una visione totalmente pessimistica, ma cerchiamo di renderla abbastanza realistica. La modalità di narrazione un po’ più leggera e pop serve per alleggerire lo spettacolo e non fornirne una visione totalmente tragica. Un punto di riferimento è Brian di Nazareth dei Monty Python, in cui sul finale, il protagonista crocifisso, fischietta “questa è la vita”, accompagnato da un sottofondo musicale. Noi possiamo decidere come vivere i vari eventi che ci coinvolgono e per noi l’idea di leggerezza, all’interno di tutto questo buio, è di sopravvivenza.

In che modo la vostra musica aiuta la narrazione teatrale?
MT: Quando scriviamo ci domandiamo “come senti questo testo?” “come lo immagini musicalmente?”. Nel modo in cui lavoriamo, la musica e il testo si aiutano a vicenda, le due realtà non sono divisibili. Iniziamo sempre dal lavoro di scrittura perché il processo musicale è più complesso e stratificato, però, i due mondi si intrecciano, ognuno è fondamentale per la buona riuscita dell’altro.
GF: Anche io non considero la musica come un supporto, piuttosto come parte integrante della narrazione. Nel nostro processo di creazione nasce prima il testo perché altrimenti rischia di essere trasformato in una forma che non è la sua naturale. Le parole hanno quindi una grande funzione musicale, devono essere sempre immaginate dentro una struttura di ritmo che sia in relazione con il suono.

Come avete lavorato sulle testimonianze video e audio? Come si è svolta la vostra ricerca tra le due sfere che avete preso in considerazione, quella pubblica e una più privata?
GF: Abbiamo scelto di studiare due sfere diverse del pubblico: una più vicina a noi e una di personaggi riconoscibili anche dal grande pubblico, come Michela Murgia. Per parlare al mondo è necessario guardare e studiare i dati statistici e ascoltare chi ha la voce della nazione, quindi politici, influencer, personaggi pubblici… Per guardare a una sfera più piccola, meno lontana da noi, abbiamo formulato domande e mandato sondaggi a nostri amici e conoscenti. Alla fine ci siamo ritrovati tra le mani ore e ore di materiali e ci siamo chiesti quali fossero le frasi, parole, pensieri più significativi: la risposta sono i materiali che poi avete visto nello spettacolo.

Che vecchi del futuro sarete?
MT: Vorrei diventare un vecchio che sa di esser stato giovane. Ho l’impressione che a ogni età si pensi che il mondo sia fatto su misura per le proprie esigenze anagrafiche e, di conseguenza, da vecchi si pensa che tutto debba essere tagliato per gli anziani. Questo, nel momento in cui ci sono tantissime persone che la pensano così, diventa un problema. Quando sarò vecchio spero di ricordarmene!

a cura di Valeria Ciarmiello, Viola Fumagalli, Orlando Maestri, Letizia Romeo, Riccardo Salvestrini


in copertina: foto di Francesco Capitani

Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a Tutta la vita davanti 2026