Il volto del dj, appena illuminato dalle luci della sua strumentazione, accoglie gli ultimi ritardatari che scivolano in sala. Dallo schermo sul fondo, il primo piano della bocca di un uomo racconta una storia: le parole prendono forma attraverso piccoli movimenti rapidi, le labbra si increspano e si tendono, ammiccano, sorridono sensuali.
Anticipato dalla luce intermittente della torcia di un buttafuori, Daniele Turconi si fa largo tra il pubblico e dà il benvenuto. Indossa un busto nero profilato da luci a led che pulsano a ritmo di musica e un cappellino nero dalla visiera stretta e curvata (molti adolescenti dei primi anni Duemila lo ricorderanno bene), contornato da un tubicino luminoso, ideato da Lucia Menegazzo.

«Benvenuti nella ghost track», dichiara. Turconi – una delle quattro anime di Frigoproduzioni, qui autore e performer solista – e Gianluca Agostini, sound designer alla consolle, conducono lo spettatore in un viaggio tra storie di provincia, collocate lungo il margine urbano che separa Milano dall’hinterland e ritratte con pennellate schiette, ironiche, velenose. Sfilano così i fantasmi di un’umanità brulicante: Loris e il triste epilogo che lo attende dopo una striscia di coca sulla sella del motorino; Tommaso e le sue pratiche di masturbazione sui generis; lo spacciatore marocchino che invita la fidanzata a non toccare «quella schifezza»; un acquisto di 457,55 euro in dentifrici per strappare un bacio a Mauro, il farmacista. Turconi, che aveva già esplorato l’hinterland milanese in Gianluca, dimostra – tra un’arringa rivolta direttamente agli spettatori e una canzone rap – una particolare sensibilità autoriale nel raccontare le notti nebbiose e lisergiche della provincia nordica, dove il cinismo e le risate coprono con i loro decibel la sofferenza, e imprevisti scampoli di poesia affiorano sotto la ruggine della rabbia. Questi giovani fantasmi, in cerca di avventura tra spazi pigri e periferici, prendono forma nelle atmosfere del clubbing, dove le storie si fanno carne, corpi sudati, esseri umani addensati in una stanza, vibrazioni condivise. Lontani dalle luci del centro, sembra quasi di poterli vedere: molti di loro si fanno forza a suon di ironia, come se il suono delle risate fosse sufficiente per non pensare. Ed ecco così che, tra le pieghe nascoste di quella centralissima Milano, possiamo sentire riecheggiare una traccia fantasma, che restituisce voce e narrazione agli spazi dell’hinterland che contornano il tessuto cittadino.

foto: ufficio stampa

A ben guardare, Ghost Track si inserisce in un vero e proprio trend che attraversa una parte del giovane teatro contemporaneo: da Baccanti di Filippo Renda a Boiler Room di Ksenija Martinovic, da Baccanti Rave di Alessandro Balestrieri fino a DJ Show dei Sotterraneo. Un segnale da non sottovalutare, che racconta la necessità di esperire spazi meno formalizzati e si fa riflesso della progressiva scomparsa dei luoghi indipendenti all’interno dei perimetri cittadini. È a quegli spazi perduti che torniamo a pensare dopo aver attraversato gli abissi fangosi della provincia, mentre cantiamo con una folla di sconosciuti, agitando le spalle sotto cassa.

Ivan Colombo


in copertina: foto di Carlo Valtellina

GHOST TRACK
di e con Daniele Turconi e Gianluca Agostini
regia e testi Daniele Turconi
musiche e sound design Gianluca Agostini
collaborazione ai testi Alice Provenghi
realizzazione illuminotecnica Costanza Monti
costume Lucia Menegazzo
fixer Francesco “Panico” Manzoni
produzione Qui e Ora, Tib Teatro Belluno e Pallaksch