Di uno spettacolo si racconta quasi sempre il suo esito sulla scena, mentre la genesi resta sullo sfondo, ricostruibile a posteriori attraverso interviste, incontri, scambi occasionali. Più rara è l’opportunità di tenere traccia del lavoro mentre accade, sostando nella fase opaca dei tentativi e delle ricalibrazioni continue.
Nel caso di Escaped Alone, che ha da poco debuttato al Piccolo Teatro di Milano, l’idea di un diario di bordo si era invece prospettata fin dallo stadio embrionale del progetto. Nell’agosto 2024, quando lacasadargilla aveva già deciso di tornare alla drammaturgia di Caryl Churchill (dopo L’amore del cuore nel 2021), ho accolto un invito da parte della compagnia: seguire da vicino le prove della nuova creazione, filtrandone l’evoluzione in chiave critica.
Esplorare dall’interno i processi che legano testo, attori e scena ha reso evidenti le sfide poste da una scrittura priva di sviluppo narrativo, attraverso cui sbirciare nelle vite delle protagoniste, Sally, Vi, Lena e la signora Jarrett: una quotidianità che tintinna mentre si aprono squarci apocalittici, come se la fine del mondo fosse già transitata dal giardino dove sorseggiano il tè. Il metodo della compagnia, basato su passaggi lenti e rigore assoluto, diventa allora condizione irrinunciabile: senza quella cura, i nessi e il senso delle conversazioni, solo in apparenza svagate, rischierebbero di smarrirsi.
Prendendo le mosse da alcune frasi che hanno scandito la costruzione dello spettacolo – per lo più lasciate volutamente prive di attribuzione, perché espressione di un pensiero condiviso ­– questo contributo avvia una restituzione del “dietro le quinte”, inteso come materiale di analisi. La presenza costante in qualità di osservatrice privilegiata, infatti, ha consentito di intercettare tanto gli avanzamenti quanto le zone di incertezza, utili per provare a ricomporre le trasformazioni e fissarle in una sorta di archivio critico, che renda visibili la complessità e il ritmo della creazione teatrale.  

«La creatura è collettiva»
Le prove di Escaped Alone, prima nella sala Fortunato dello Strehler, poi al Grassi, sono sempre affollate. Ai lunghi tavoli o tra le poltrone della platea, siedono Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni, registi dello spettacolo, insieme a Maddalena Parise, responsabile degli ambienti visivi. Attorno a loro, la formazione allargata dell’ensemble e le maestranze del Piccolo Teatro si avvicendano alle figure coinvolte già dalle prime fasi del progetto: Margherita Mauro in qualità di dramaturg, Marco D’Agostin, che accompagna la ricerca, e Marta Ciappina, cui è affidata la cura dei movimenti. Lavorare alla messa in scena significa, innanzitutto, verificare ipotesi e linee di indirizzo immaginate a tavolino, confrontandosi con la concretezza dei corpi delle quattro attrici (Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi), che divengono allo stesso tempo punto di partenza e approdo dei diversi materiali drammaturgici.

Il backstage di Escaped Alone, foto di Masiar Pasquali

«Un testo insidioso, il più difficile che abbiamo mai affrontato»
Ferlazzo Natoli non manca mai di ricordarlo, mentre scandaglia ogni parola insieme alle interpreti. L’aspetto su cui insiste di più è la necessità di sostenere le battute con un pensiero nitido, per illuminare gli interstizi di una scrittura che procede per spezzature ed ellissi: dietro un linguaggio quotidiano e concreto, le frasi reclamano di essere abitate nei loro vuoti perché custodiscono strati invisibili e convocano mondi ulteriori. Ma è proprio qui che si annida il rischio maggiore di Escaped Alone: la precisione richiesta dalla densità di significato non può cedere agli automatismi. I toni devono restare mobili, i gesti non irrigidirsi in abitudine.
Così, il lavoro in prova è un continuo smontare e rimontare, deviare dal dettato per restituire le dinamiche di vita, soprattutto in passaggi particolarmente delicati. Come affrontare il monologo sulla fobia dei gatti di Sally, un flusso circolare e quasi asintattico? L’itinerario mentale attraverso ogni stanza della sua casa – la stessa in cui si ritrovano le quattro donne – viene trattato alla stregua di un mantra: a Carpio si richiede una voce non spinta, naturale, capace di sparpagliare il testo con morbidezza.
All’estremo opposto ci sono le freddure di Vi, costruite su giochi linguistici e riferimenti anglosassoni non immediati per uno spettatore italiano (dall’associazione «brasiliani/brasilioni» allo scambio con Sally: «toc toc / chi è? / Doctor Who»). Innumerevoli sono gli esperimenti per trovare toni, ritmi e micro-gestualità che resistano alla spada di Damocle del «se non funziona, tagliamo». All’inizio Gaudio scandisce le parole fino a sillabarle, accompagnandole con un sorriso che sottolinea i punti di comicità, in un’enfasi rilanciata di continuo dalla regia: «è l’unico modo in cui può far ridere, siamo d’accordo?» chiede Ferlazzo Natoli. «Non fa ridere comunque» ribatte – tagliente – Garribba, scatenando l’ilarità complice della sala prove. Con un lento labor limae, allora, si inizia a decostruire, per scivolare verso un registro più neutro, quasi distaccato, dietro cui celare anche una punta di sarcasmo. D’altra parte, la caparbietà nasce dall’esigenza di preservare la vena ironica che attraversa la drammaturgia e che prepara il terreno perché nell’ultima battuta nonsense risuoni la leggerezza affettuosa che unisce queste quattro donne, capaci di sostenersi anche prendendosi un po’ in giro.

Il backstage di Escaped Alone, foto di Masiar Pasquali

«Le donne sono antiche, millenarie»
L’attenzione meticolosa all’indagine testuale, principio generatore da cui lacasadargilla orienta tutte le scelte sceniche, si è inevitabilmente dovuta misurare con una questione anagrafica: perché affidare a interpreti cinquantenni personaggi che una delle poche didascalie a corredo della pièce colloca oltre i settant’anni?
Da un lato, la decisione mette a fuoco un’età che nel mondo femminile resta uno scandalo sommerso, in sospensione tra la fine della giovinezza e una vecchiaia non ancora legittimata; dall’altro, la discrepanza è solo apparente e risponde a un impianto strutturale più profondo. In Escaped Alone le quattro anziane non si limitano a rappresentare delle specifiche individualità, ma modulano le diverse sfumature di un’idea più astratta, una sorta di “macro-donna”. Perciò, non si mira a riprodurre fedelmente un’età, ma a costruire presenze capaci di attraversare il tempo.
Per renderlo possibile, le attrici hanno lavorato a lungo con Marta Ciappina fin dalla primavera 2025, in tre atelier pensati come anticamere di ricerca. In questi spazi hanno indagato insieme il concetto di maturità: che cosa significa invecchiare? Quali segnali lo rendono percepibile? Quali abitudini mutano nel tempo? Si sono così inquadrati alcuni principi di base destinati a essere approfonditi in sala prove, dove la riflessione si è giovata anche di un contrappunto decisivo: gli incontri con un gruppo di circa venti signore over 65, coinvolte dal Piccolo Teatro in un laboratorio su Escaped Alone che lacasadargilla ha condotto in parallelo. Le partecipanti hanno posto domande e restituito impressioni sul testo, ma soprattutto si sono messe in gioco leggendo le scene e abitandole con azioni minime – sedersi a un tavolo, bere il tè, muoversi nello spazio – prima sotto lo sguardo delle attrici, poi insieme a loro, in una sorta di passaggio di testimone silenzioso. Da questa prossimità sono emersi dettagli concreti, gesti catturati senza enfasi, come il modo di accavallare una gamba sorreggendola con le mani o la cura vezzosa nel maneggiare gli occhiali. Così, l’invecchiamento del pensiero, l’espressione del volto cadente, il ritmo dei passi, ma anche un repertorio di abitudini somatiche e piccole ossessioni si sono intrecciati con la drammaturgia e con la costruzione dei personaggi, fino a incarnarsi in figure riconoscibili: i singulti di Sally ogni volta che si nominano i gatti, la dipendenza dal telefono di Vi, le mani tormentate e i sospiri di Lena, la curiosità invadente della Signora Jarrett.
Solo in un secondo momento sono arrivati anche gli artifici esterni, su sollecitazione della costumista Anna Missaglia, che ha dissolto lo scetticismo iniziale verso l’uso delle parrucche: quelle di derivazione cinematografica non risultano caricaturali né indeboliscono l’interpretazione.
Questo processo di sedimentazione consente alle attrici di entrare e uscire continuamente dalla propria età: se persino quando recitano libere da qualunque orpello, in tuta e scarpe da ginnastica, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a donne anziane, entrare in sala prove il primo giorno in cui vengono indossati gli abiti di scena porta a domandarsi chi sia quella signora che, solo dopo qualche secondo, si riconosce come Caterina Carpio. Viceversa, basta che un movimento divenga più deciso o che emerga una consuetudine fisica più giovanile, perché si manifesti un’altra temporalità: «sei una vecchietta britannica, non la ragazza di Cesenatico», ricordano a Palazzi quando lo slittamento verso la sua attualità anagrafica si fa troppo manifesto.
E tuttavia, incrinare l’illusione dell’età avanzata è proprio ciò che prepara alla scena finale. Qui la regia mira a trasfigurare le donne in presenze millenarie, trasportandole in una dimensione arcaica e insieme fuori dal tempo, in linea con la natura stessa della drammaturgia: in un orizzonte che spezza la linearità cronologica (l’azione si svolge in un pomeriggio, più pomeriggi sovrapposti o in un unico pomeriggio eternato?), le indicazioni che guidano Garribba per l’ultima apparizione della signora Jarrett puntano a far affiorare persino tratti infantili, come se il suo personaggio si ripiegasse su sé stesso fino a diventare una sorta di vecchia-bambina.

Il backstage di Escaped Alone, foto di Masiar Pasquali

«La crescita è imprevedibile ed è lì che bisogna avere pazienza»
Talvolta il progressivo processo di affinamento si inceppa quando la pratica attoriale sembra non restituire la direzione impressa dalla regia, che è la prima a mettersi in discussione: «abbiamo creato le condizioni giuste?». Il nodo più delicato resta la relazione tra le quattro protagoniste, che non si può “recitare” ma deve risultare immediatamente percepibile. Le interpreti, infatti, sono state scelte anche per ragioni strumentali: condividono percorsi artistici e una confidenza reale che rende tangibile il principio, sotteso alla drammaturgia di Churchill, dell’amicizia come dispositivo di resistenza alle fatiche della vita. A volte, però, un’atmosfera di pesantezza o una dinamica di meccanicità impedisce che affiori l’intimità su cui lo spettatore dovrebbe potersi sintonizzare. Per questo motivo, l’attacco della prima scena è un banco di prova: anche quando si è ormai consolidata, viene ripetuta tre o quattro volte di seguito per “consumarla”, affinché le attrici si ritrovino già dentro quella condizione di vicinanza che devono abitare e trasmettere.
La necessità di trovare un respiro comune diventa evidente quando bisogna – letteralmente – accordarsi, come avviene per la preparazione della canzone che le quattro condividono in scena. Con Francesca Della Monica (cantante e pedagoga della voce) compiono un primo passaggio per una polifonia semplice, non virtuosistica. Ma in sala prove i progressi sembrano impercettibili: la regia teme di aver chiesto troppo, le interpreti si scoraggiano. «È tipico degli attori: studiano una battuta per ore, ma la canzone deve venire subito», scherza Della Monica. Eppure, Escaped Alone procede secondo un principio di paziente costruzione, in cui l’errore non è temuto ma accolto, lasciando che si trasformi in materiale generativo.
Così, un bicchiere dimenticato sul tavolino da Carpio diventa un passaggio utile a creare dinamica: recuperandolo prima di tornare a sedersi sulla sdraio per cantare, la sua Sally intensifica la complicità con le altre tre. Allo stesso modo, un gesto imprevisto di Gaudio – rovistare a lungo nella borsa prima di estrarre, sollevata, il cellulare – definisce con precisione l’irrequietezza di Vi. «Era molto bello, era voluto?», chiede la regia. «Onestamente no, pensavo davvero di aver dimenticato il telefono», risponde l’attrice. Ma quell’ansiosa ricerca entra subito in partitura. In questo modo, nel continuo oscillare tra rigore e smarrimento, accordamento e inciampo, Escaped Alone trova la sua forma: una struttura porosa, attraversata dagli imprevisti, pronta a entrare in dialogo con la costruzione della scena.

Nadia Brigandì


in copertina:
Escaped Alone, da sx Caterina Carpio, Tania Garribba, Alice Palazzi, Arianna Gaudio, foto di Masiar Pasquali

ESCAPED ALONE
di Caryl Churchill
traduzione Monica Capuani
un progetto de lacasadargilla
regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni
con Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi
dramaturg Margherita Mauro
paesaggi sonori e ideazione spazio scenico Alessandro Ferroni
drammaturgia del movimento Marta Ciappina
scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi
ambienti visivi Maddalena Parise
drammaturgia delle luci Luigi Biondi
costumi Anna Missaglia
accompagnamento alla ricerca Marco D’Agostin
assistente alla regia Matteo Finamore
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
diritti di rappresentazione a cura dell’Agenzia Danesi Tolnay