Quali elementi determinano la circuitazione di uno spettacolo o di un artista? Quando e come ci accorgiamo che è emersa una voce significativa nel panorama internazionale? Ci sono luoghi in cui è possibile intercettare talenti con un po’ di anticipo rispetto a mode e tendenze: uno di questi, a Milano, è il FOG Performing Arts Festival che da nove anni propone novità a un pubblico ormai abituato a fidarsi della programmazione. In questa stagione spicca, tra gli altri, il nome di Alberto Cortés (1983), artista andaluso che ha debuttato nei più importanti festival europei e che gode di ottima fama all’estero. Di recente ha incantato il pubblico di Emilia Romagna Teatro con One Night at the Golden Bar in scena a gennaio 2026 al Teatro delle Passioni.
Analphabet (presentato il 3 e 4 marzo 2026) inizia con il suono di un violino: un capriccio baroccheggiante e contemporaneo, l’incipit idoneo all’apparizione di un fantasma disarmato, che porta il nome dello spettacolo e che ha le fattezze dello stesso Cortés. Fin dai primi istanti, emerge chiara la capacità dell’artista di giocare con diversi linguaggi performativi, intrecciandoli fra loro. Si potrebbe raccontare lo spettacolo anche solo a partire dallo sviluppo della sua partitura musicale, suonata live magistralmente da Luz Prado: i vari brani ricordano la composizione di una suite barocca, un insieme di danze che però — come nella Sinfonia degli addii di Haydn — proprio sul finale, invece di esplodere in una giga vivace, lasciano il palco a solo due violini in sordina, quasi a evocare un congedo sommesso.
Al centro della scena e dell’attenzione degli spettatori resta tuttavia soprattutto il corpo del performer, in semi nudità e in iper-esposizione per gran parte del tempo. Complice una sapiente drammaturgia di luci, Cortés interroga e sonda i limiti del rapporto con lo spettatore con tentativi di coinvolgimento garbati ma costanti: «la mia pelle si vede?/si vedono le crepe?», o ancora «quando appare il comico ridete, […] quando appare il drammatico affliggetevi per me». Il fantasma Analphabet parla di amore e di ferite, di passione e di violenza, di sesso e di desiderio. Con un dispositivo di stampo romantico, Cortés specchia il sentimento (e il suo corpo) nel paesaggio, evocando sabbia, vento e roccia attraverso gesti e parole; e incanta il pubblico con un teatro di poesia ormai ben raro sui palchi nostrani. Nonostante la temperatura e le tematiche, l’artista non sovraccarica emotività ed enfasi, che contrasta con studio e precisione millimetrica del gesto e con una buona dose di ironia. Il rigore e la radicalità degli intenti («trascendere le cose, il corpo, le miserie umane») gli permettono di evitare ogni rischio di didascalismo, anche a costo di deludere qualche spettatore desideroso di drammaturgie lineari.
Per rendere omaggio alla ricerca poetica e linguistica dell’autore la collana “Linea” (curata da Debora Pietrobono e Sergio Lo Gatto per Sossella Editore) ha di recente pubblicato tra drammaturgie sotto il titolo di Le diaboliche parole: una buona occasione per conoscere un mondo di musica, notti insonni, amori violenti, corpi intrecciati e canti, che pare echeggiare le parole di Emily Dickinson. La poesia si fa carne sulla scena, mentre la carne si fa poesia sulla carta: a questo gioco di abbandoni e di metamorfosi fa riferimento Cortés mentre invita il suo lettore a immergersi nel suo mondo doloroso e fragile. «E tu, anima buona, che come lui [Analphabet] senti lo stesso affanno, trai consolazione dai suoi dolori, e se non puoi trovare una spalla vicina su cui piangere, lascia che questo libro crepuscolare sia il tuo piccolo amico». È forse questo l’augurio più sincero che si possa desiderare da un artista: la possibilità di tenersi per mano per il tempo necessario, e poi lasciarsi andare con una “sinfonia di addii”.
Francesca Rigato
in copertina: foto di Alejandra Amere
ANALPHABET
ideazione, drammaturgia, testi, regia e interpretazione Alberto Cortés
violino Luz Prado
progettazione luci Benito Jiménez
tecnico luci Benito Jiménez
suono Óscar Villegas
coordinamento tecnico Cristina Bolívar
registrazioni pianoforte César Barco
spazio scenico Víctor Colmenero
sottotitoli Marion Cousin
costumi Gloria Trenado
ripresa esterna Mónica Valenciano
fotografia Alejandra Amere
video Johann Pérez Viera
produzione El Mandaíto Producciones SL
una coproduzione di TNT Terrasa Noves Tendències, Centro de Cultura Contemporánea Condeduque, FITEI – Festival Internacional de Teatro de Expressão Ibérica, Centre de les Arts Lliures de la Fundació Joan Brossa e Festival Iberoamericano de Teatro de Cádiz
con la collaborazione di Azala, Graner, Goethe-Institut Madrid, Escena Patrimonio, Festival de Otoño de Madrid, Programma di Residenze Artistiche dell’Agencia Andaluza de Instituciones Culturales e Ayuntamiento de La Rinconada
