Quando Michele Mele mi ha invitato a raccontare le due giornate che aveva trascorso insieme a Mariagiulia Serantoni all’Atelier Sì di Bologna, durante un’esperienza di tutoraggio (Michele prenderebbe forse le distanze, da questo termine) svolta nell’ambito del Progetto Artists in ResidenSì a cura di Ateliersi, mi sono interrogato sulla forma che il mio contributo avrebbe potuto assumere. Offrire una testimonianza indiretta di un tempo condiviso esclusivamente da Michele, Mariagiulia e dal team creativo di Colère, e provare a restituire la temperatura emotiva della sala soltanto attraverso le impressioni e i ricordi raccolti durante una conversazione successiva, avrebbe infatti rischiato di rendere sfocata l’istantanea della residenza, macchiandola con errori prospettici, bias giornalistici, presunzioni e teorie. E tuttavia proprio l’esercizio di rifrazione tra gli sguardi, la triangolazione tra i tanti ruoli coinvolti — quelli di un curatore, di un’artista, di un critico in veste di narratore — costituisce nella sua architettura un modello possibile di interazione a margine di un processo creativo: un tentativo di anticipare lo spazio dell’incontro e del confronto là dove tutto è ancora in gioco, nel tempo della fragilità e della porosità dell’opera. Un esperimento di scrittura, quindi, nato come esito collaterale della richiesta che Ateliersi formula a ogni tutor (lasciare una traccia scritta del proprio attraversamento della residenza), ma anche una fioritura imprevista, l’ulteriore apertura di un percorso tuttora in fieri. La conversazione che segue, come una drammaturgia, ripercorre pertanto le tappe di un incontro: dagli ovvi preconcetti che la lettura del dossier preliminare di Colère aveva originato in Michele, alle posture assunte in sala; dall’interazione tra performer e musica, agli inciampi e alle correzioni di una rotta. Di quella sala bolognese resta qui una traccia obliqua.

Alessandro: Michele, come sei arrivato a questo incontro con Mariagiulia e con Colère?
Michele: È avvenuto all’interno di un progetto internazionale: come OperaEstate siamo coinvolti in un progetto di residenze incrociate tra Bassano del Grappa e Montréal, grazie alla partnership con Circuit-Est, centro coreografico della città canadese. Proprio Circuit-Est, in collaborazione con il Goethe-Institut di Montréal, ha costruito un progetto gemello con Potsdam, in Germania: e Mariagiulia (che vive e lavora stabilmente in Germania, n.d.r) è l’artista selezionata in questo scambio. Il nostro incontro è perciò avvenuto “a distanza”, ma il fatto che l’artista selezionata fosse italiana ha costituito una prossimità. Solo in un secondo momento Mariagiulia ha cercato una relazione con il CSC di Bassano del Grappa, con Opera Estate, e quindi con me.
Alessandro: Mariagiulia, perché hai scelto di coinvolgere Michele, quindi un curatore, in una fase ancora preliminare del processo?
Mariagiulia: Questa prima residenza ad AtelierSì sarebbe stato il mio primo incontro con le altre due performer, Maria Focaraccio e Julek Kreutzer. Colère è il secondo step di una ricerca che ho iniziato con il mio solo precedente, AGiTA (del quale sono qui pubblicate alcune foto, n.d.r.), e porta in sé il desiderio di passare la mia pratica a Maria e Julek. Coinvolgere così presto un altro artista, con una propria visione, non sarebbe stato opportuno: prima avevamo bisogno di misurarci da sole con il progetto e con la trasmissione della ricerca. È stata Maria, che aveva già incrociato Michele, a suggerire il suo nome. Non avevo mai coinvolto così presto una figura che di solito programma, che incontra gli artisti in una fase finale del processo. Ci siamo presi questa libertà.
Alessandro: Michele, cosa ha significato per te ricevere una proposta di tutoraggio così anticipata rispetto al consueto?
Michele: Non mi piace molto la parola “tutor”: mette gli artisti in una condizione di dover essere accompagnati, come se avessero bisogno di qualcuno che li guidi. Non è quello il tipo di relazione che si crea. Io ho cercato di pormi in modo orizzontale: anzi, di nascondermi in sala. È una postura che ho imparato in anni di lavoro, in particolare con Antonio Latella.
Alessandro: Che atteggiamento hai avuto in sala?
Michele: Mi sono messo in tuta! Non avrei potuto partecipare a un processo di lavoro con i miei abiti quotidiani: cambiarmi è servito per mettere in discussione la mia postura, il mio background. Ho poi cercato di usare le parole che ascoltavo in sala, di capire quale fosse l’alfabeto che Mariagiulia, Maria e Julek avevano messo in comune. Poi, dopo aver assistito a tre filati, sono andato anch’io nello spazio scenico. Ho iniziato a mostrare ciò che fino a quel momento avevo soltanto descritto.
Mariagiulia: Michele si è unito al nostro warm-up il secondo giorno: anche se, più che un warm-up, è una trasmissione della pratica alle performer. Ha partecipato al training, poi in alcuni momenti si avvicinava ad Andrea (Parolin, autore delle musiche, n.d.r), andava a sbirciare il suo operato. Io lavorerei sempre così. Vorrei che la sala danza diventasse un villaggio: è meraviglioso quando riesce ad animarsi attraverso tanti sguardi, tante presenze.

AGiTA, foto di Dieter Hartwig

Alessandro: Avete menzionato Andrea Parolin. Che ruolo ha la musica in Colère?
Michele: La musica ha un impianto drammaturgico fondamentale: crea le atmosfere, porta il pubblico in certi luoghi. In Colère le performer usano la voce, ma è una voce che non parla: vocalizza quello che il corpo sta sentendo. Pochi suoni, nessuna parola di senso compiuto. A un certo punto, è lo spazio ad acquisire la funzione narrativa.
Alessandro: In che senso?
Michele: L’intenzione iniziale di Mariagiulia era lavorare in una dimensione immersiva, con gli spettatori disposti sui quattro lati. Al centro del palco ci sono alcuni sensori che catturano vibrazioni e suoni: Andrea li filtra, li lavora live, crea una partitura musicale a partire da queste captazioni. Ci sono zone all’interno dello spazio scenico dove il pubblico percepisce che le performer attivano dei dispositivi musicali. Lo spazio identifica le relazioni tra i corpi. Ci siamo posti delle domande sulle possibilità della frontalità rispetto all’approccio immersivo, su cosa avrebbe generato e cosa avrebbe lasciato irrisolto.
Mariagiulia: Il corpo attiva il suono, il suono determina nuovi processi rispetto al corpo, che si alimenta di quello che il suono produce per riuscire ad andare avanti in questo sforzo costante. Riuscire a usare la voce aiuta a sostenere lo sforzo: e proprio la tensione fisica crea una possibilità di contatto con un mondo immaginifico ed emotivo.

AGiTA, foto di Dieter Hartwig

Alessandro: Michele, quali sono state le tue proposte?
Michele: Ciò che avevo visto in sala era una struttura coreografica dove le tre performer stavano sempre insieme. Ho proposto di lavorare su una solitudine iniziale: tre corpi che si attivano ciascuno nel proprio mondo, e soltanto in un secondo momento si incontrano. Anche il dispositivo acustico era attivato fin dall’inizio: perciò ho chiesto cosa sarebbe successo se quell’attivazione fosse avvenuta più tardi. Sperimentandolo in sala ci siamo resi conto che quel momento di silenzio relativo creava una prossimità: lo spettatore avrebbe sperimentato una volontà di avvicinarsi. E l’attivazione successiva creava un impatto più forte.
Mariagiulia: Proprio questa idea di iniziale solitudine è stata utilissima. La pratica che sto cercando di passare alle ragazze tende a volerci vicine: è molto impegnativa, fisicamente e mentalmente, e la prossimità ci aiuta. Ma la separazione iniziale ha aperto qualcosa nel processo. Al centro dell’indagine di Colère c’è anche un’intelligenza collettiva muliebre, una collera che appartiene al genere femminile come elemento primigenio. La proposta di osservarla prima in vitro, di vedere come questa elettricità si generi in modo autonomo nei corpi, è stata una giusta proposta.

Alessandro: Cos’è cambiato tra il primo e il secondo giorno di residenza?
Mariagiulia: Ho accolto con piacere i suggerimenti di Michele: la solitudine iniziale, l’esplorazione dei punti di unisono, i significati della prossimità tra i corpi… E poi il lasciare che un solo corpo potesse affiorare e prendere il sopravvento sugli altri due, che diventano così un coro, il background. Quando hai qualcuno che ti guarda da fuori ti immergi nel lavoro in un modo ben diverso da quando devi cercare materiale da solo. L’ho trovato un regalo.
Michele: Il momento più bello è stato quando dal paesaggio condiviso hanno cominciato a emergere le singolarità. La pratica proposta da Mariagiulia è sfidante, ma lascia molto spazio all’autorialità di chi la pratica — ogni corpo porta la sua lingua. Mariagiulia faceva un piccolissimo salto, e quel gesto era perfettamente comprensibile, si capiva cosa stesse passando in quel momento nel suo corpo. Maria lavorava dal basso, di spalle, cercando un movimento mai frontale; Julek ha un bellissimo uso delle braccia. Vedere come la differenza individuale di ognuna fosse al servizio di un’autorialità precisa è stato splendido.

AGiTA, foto di Dieter Hartwig

Alessandro: L’osservatore che entra nel processo modifica anche sé stesso. Cosa è successo a te, Michele, in sala?
Michele: Determinati strumenti di osservazione e di analisi, pur non volendolo, li sviluppi. Ma quello che ho trovato da Mariagiulia è stato un ambiente del tutto orizzontale, un clima di ascolto e di confronto. Questo mi ha reso molto facile trovare un mio spazio all’interno del processo. E devo sottolinearlo: il lavoro della musica ha un impianto drammaturgico fondamentale, c’è già un dialogo permanente tra Mariagiulia e Andrea che rende molto facile per chiunque contribuisca alla creazione entrare in quel confronto. È sempre molto piano, senza tensioni, ma estremamente franco, risoluto, preciso.
Alessandro: C’è stato un momento in cui qualcosa si è arrestato?
Mariagiulia: Il lavoro con Andrea sulle musiche prevede una forte componente improvvisativa, che però per crearsi ha bisogno di una struttura solida. C’è stato un momento in cui ho chiesto qualcosa ad Andrea, e lui mi ha detto: «non ci riesco, ho bisogno di due giorni». È così che lavoriamo da anni. Lì ci siamo dovuti fermare, per poi trovare un’altra direzione.
Michele: I tempi della creazione del soundscape e i tempi del corpo in scena hanno logiche diverse. Nell’improvvisazione live con il suono, puoi arrivare in zone dove non ti eri prefissato di arrivare: ma il musicista, se vuole ricreare quel determinato effetto, deve ripercorrere i passi che ha compiuto. È proprio in questo dialogo che si esprime il segreto della multidisciplinarietà: non c’è gerarchia tra creazione coreutica e creazione musicale. Vanno insieme, si nutrono l’una dell’altra. Certo, non siamo riusciti ad andare oltre determinati processi. C’è uno specifico rispetto alla pratica fisica che va preservato, è pur sempre quello il centro. Però l’universo potenziale mi sembra più ampio della pratica stessa.

Alessandro: Cosa vi portate via da questa residenza? Quali immagini vi accompagnano?
Michele: Le immagini di questa residenza sono molto chiare, ma quello che mi rimane è il desiderio di vedere come va a finire. Voglio sapere la fine della storia. E spero di trovare la forma giusta — non più da tutor, ma da curatore — per sostenere questo progetto. Ma non è scontato che un artista della generazione di Mariagiulia accolga i consigli drammaturgici di un programmatore. Ci vuole grande apertura.
Mariagiulia: A Berlino mi è capitato spesso che i programmatori venissero a vedere work in progress, dessero pareri, leggessero il progetto e restituissero feedback. La scrittura può dialogare col programmatore. Berlino mi ha insegnato questo. Facciamo tutti parte dello stesso mondo: programmatori, curatori, artisti, danzatori, critici, tutor. Creiamolo insieme.

a cura di Alessandro Iachino


in copertina: AGiTA, foto di Dieter Hartwig

Note sul progetto
Colère è il secondo lavoro di Mariagiulia Serantoni, sviluppato a partire dalla pratica del “corpo elettrico” — uno stato fisico, immaginativo ed emotivo intenso che non mira a codificare un linguaggio coreografico, ma ad attivare i corpi. Il progetto porta in scena tre performer (oltre a Serantoni, Maria Focaraccio e Julek Kreutzer) e un musicista (Andrea Parolin) in dialogo live: i movimenti delle danzatrici attivano sensori al centro del palco, le cui captazioni vengono filtrate e rielaborate in tempo reale. La voce ha una funzione insieme espressiva e aerobica: sostiene lo sforzo fisico e avvicina il corpo a quello che sta sentendo.
Michele Mele
Laureato alla Sapienza di Roma in Lettere Moderne con indirizzo demoetnoantropologico nel 2004, ha conseguito nel 2006 il Master in Management per lo Spettacolo dal Vivo dell’Università Bocconi di Milano.
Dal 2006 al 2011 presso il Nuovo Teatro Nuovo di Napoli si occupa di distribuzione, comunicazione e del Premio Nuove Sensibilità. Nel 2010 ha ideato e diretto TUNZ, rassegna di compagnie italiane emergenti sostenuta dal Comune di Napoli e nello stesso anno diventa assistente di Antonio Latella alla direzione artistica. È stato membro di S.P.A.C.E. (Supporting Performing Arts Circulation in Europe – 2009/2011) e dal 2011 è stato fondatore, vicepresidente e art manager di stabilemobile compagnia Antonio Latella, con cui collabora fino a luglio 2020 presentando spettacoli in Italia, Germania, Austria, Svizzera, UK, Russia e Kazakistan.
Si occupa di formazione in Produzione e Organizzazione Teatrale collaborando con: Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma (docente dal 2013 al 2020), Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, Università di Bologna – Master in Imprenditoria dello spettacolo dal vivo (docente dal 2021), Dipartimento di Management – Università Ca’ Foscari di Venezia, IUAV. Dal 2016 lavora con Centrale Fies curando la promozione di Anagoor nell’ambito del progetto Fies Factory e dal 2018 al 2020 segue il progetto Ultra con gruppo nanou, Daniele Albanese e Masako Matsushita.
Ha ideato e diretto Na-Sa, progetto di Scabec/Regione Campania dedicato a Michele Di Stefano/MK (danza) nel 2020 e ad Alessandro Imbriaco (fotografia) nel 2021 ed è stato scelto dal Teatro Pubblico Campano come coordinatore della giuria internazionale per la VI ed. della NID Platform e come giurato del Premio Nuove Sensibilità 2.0. Dal 2023 cura la programmazione danza di Operaestate Festival Veneto di cui diventa Codirettore artistico da Febbraio 2025.
Mariagiulia Serantoni
Artista, performer e coreografa la cui pratica interdisciplinare indaga l’intreccio tra suono e corporeità. Ha conseguito un Master in Coreografia e Ricerca presso Master Exerce, ICI – CCN Montpellier (2022) e si è diplomata alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano (2009). Il suo solo AGiTA ha debuttato a Berlino in co-produzione con Tanzfabrik e in Italia presso Kilowatt Festival (2025). È stata selezionata per una residenza di due mesi al Circuit-Est, Montréal (2025), supportata dal Goethe-Institut Montréal e dal Conseil des Arts et des Lettres du Québec. Le sue coreografie —Eutropia, Underground Memoirs, Diagonals and Other Love Stories e DIA-rhythmic Fantasies —sono state presentate in festival come MilanOltre, La Democrazia del Corpo, Sydney Fringe Festival e Romaeuropa (Vivo d’Arte). Eutropia è stata candidata al Premio Equilibrio (2018), e Underground Memoirs vince Vivo d’Arte (2019). Collabora in maniera continuativa con l’associazione bolognese MICCE, in particolare ai progetti Metis (Danza urbana 2023 e Perform Europe 2024), OLTRE(il)CANONE e KIT / Spazi di Futuro; ha ricevuto diverse sovvenzioni dal Senato di Berlino e dal GAI ed è stata cofondatrice di Fattoria Vittadini (2009). Vive a Berlino dal 2014 dove ha lavorato con Laborgras, Jule Flierl, Rita Mazza, Bottom Up Productions & Isabela Fernandes Santana.