Non l’ho vista subito.
Quando ho preso posto a terra, in sala Bausch, per assistere alla prima nazionale di settembre non arriverà mai, la mia attenzione si è concentrata sulla figura accovacciata di Noemi Piva, ideatrice della performance, e su quella di Lorenzo Minozzi, sound designer che la accompagnava. La coreografa molleggia sui sandali di gomma azzurri, mentre gli spettatori pian piano si dispongono in semicerchio intorno a lei. Minozzi si alza, prende posto dietro il mixer, di fianco a cui sono appese delle tazzine da tè in ceramica. Anche Piva si alza, girando per la stanza con movimenti secchi, nevrotici, bisbiglia qualcosa tra sé e sé, frasi spezzate come i suoi movimenti. I sandali di gomma, che cigolano sul pavimento di linoleum nero, sono appaiati ai calzini bianchi, ai pantaloni capri di gessato, alla camicia color crema sotto una t-shirt con stampa, alla giacchetta anti-pioggia trasparente, e alla frangetta. Nell’insieme dipingono una figura che non stonerebbe in un parco giochi così come su una passerella di Miu Miu. Si capisce presto che è nel primo che dobbiamo tornare per comprendere il senso di questo lavoro. Nel corso della performance si alternano pezzi danzati a momenti in cui l’artista si siede su una sedia circondata da un servizio da tè di porcellana, e racconta delle storie. O meglio, prova a raccontarle, perché il tintinnare della tazza da tè, che irrompe regolarmente dal mixer del sound designer, la costringe a interrompere la narrazione, con bruschi scarti, riprendendo vicende diverse: frammenti della sua infanzia, dell’infanzia di sua nonna, frammenti che il pubblico fatica a ricomporre tanto quanto il personaggio sul palco sembra soffrire nel ricordare. C’è una curiosa corrispondenza tra questo meccanismo di irruzione esterna che ridireziona la performance della coreografa e quello analogo che verrà messo in scena poco dopo nello spettacolo che conclude la serata, GOOD VIBES ONLY (the great effort) di Francesca Santamaria. Le due opere non potrebbero essere più diverse per tematiche, estetica e stile, eppure tutte e due hanno sentito il bisogno di inserire nelle loro creazioni una figura demiurgica, talvolta tirannica, incarnata da un sound designer (è una coincidenza che in entrambi i casi si tratti di un uomo?).
Osservavo Noemi Piva affettare una montagna di materia blu su un vassoio con un coltellaccio da cucina con la stessa ansia con cui avrei guardato un bambino maneggiare una sega circolare.
E finalmente l’ho vista.
Sul lato destro della sala, nella penombra, accoccolata al fianco di quello che immagino fosse il padre, stava una bambina che non avrà avuto più di dodici anni. Guardava perplessa lo spettacolo da sopra le ginocchia, che teneva ben serrate al petto, come a ergere una barriera tra sé è la scena davanti a lei. La mia percezione è rimasta da quel momento sdoppiata tra la danzatrice bambina e la bambina reale, il ricordo che si muoveva come un glitch sul palco e la piccola spettatrice che assisteva. Se nella prima parte il perturbante e il buffo andavano di pari passo nella mia esperienza spettatoriale, ora che avevo una chiave di lettura vivente davanti agli occhi non potevo più ignorare l’inquietudine che striscia nelle pieghe della memoria infantile. I movimenti convulsi, le grida, i pianti in cui talvolta scoppiava la performer, erano accolti con terrore dalla bambina nel pubblico. E quando il tintinnio della porcellana è diventato assordante, nell’acme dello spettacolo, si è coperta le orecchie con le mani. Un gesto così istintivamente infantile, che non poteva non commuovere.
La presenza della rappresentata ha esaltato la qualità della rappresentante. Una di fronte all’altra, sembravano due immagini allo specchio. Solo che lo specchio in cui si muoveva Noemi Piva era rotto in mille pezzi. Ogni frammento un ricordo tagliente, una narrazione dolorosa da ricomporre. Un dolore condiviso tra chi interpreta e chi guarda. Alla fine, la catarsi. La coreografa si siede accanto al sound designer, che le porge un microfono. Lei lo appoggia allo sterno e il battito del cuore riempie la sala. Meno di un’ora prima, lo spazio si era riempito di una cinquantina di adulti e una bambina. Per qualche istante, nell’arco di tempo della performance, i bambini in quella sala sono diventati molti di più.
Alice Gerosa
foto di ©
settembre non arriverà mai
un progetto di e con Noemi Piva
sound design e performer Lorenzo Minozzi
supporto alla drammaturgia e consulenza sui testi Giovanni Onorato
co-produzione S’ALA e Sosta Palmizi
residenze artistiche S’ALA, Marche Teatro \ InTeatro \ Teatro Linguaggicreativi \ DAS
Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a MILANoLTREview 2026