Dopo Baccanti, Medea. Non fa sconti, Leonardo Lidi, non prende scorciatoie. L’attore e regista piacentino (classe 1988) torna nella sua terra natia, al festival del Teatro Antico di Veleia, e di nuovo si confronta con Euripide (il più contestato dei tragici, già in vita, il più amato dopo la morte). Ancora una volta sceglie una tragedia tra le più note e rappresentate: una sfida ardua, per l’inevitabile confronto con chi lo precede e con il pubblico. 

Lidi si era già confrontato con Medea nel 2024 a Torino (dove è regista residente e direttore della scuola del Teatro Stabile) con attrici d’eccezione (Notari, Picello). Qui invece seleziona e forma un gruppo di giovani attori a cui insegna il mestiere come “Maestro di Bottega” per il progetto “Bottega XNL Fare Teatro”, diretto da Paola Pedrazzini con il contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano e il festival di Teatro antico di Veleia. Prima di lui, nelle precedenti edizioni, Fausto Russo Alesi e Marco Baliani hanno messo in scena a Veleia Antigone (2022), Edipo (2023) e Ifigenia in Aulide (2024). Misurandosi arditamente con loro, e con grandi registi del passato, Lidi ha già riportato grande successo nel 2025 con Baccanti, ultimo capolavoro di Euripide, oggetto di innumerevoli allestimenti e riscritture, specialmente dal 1968 ad oggi: ne ha dato conto, inserendo l’edizione di Veleia in un più ampio contesto testuale e spettacolare, il ricco e approfondito articolo di Anna Beltrametti, Le Baccanti secondo Leonardo Lidi. Una festa popolare e collettiva.

Altrettanto coraggiosa, e riuscita, è l’impresa di quest’anno. Anche questa tragedia si presta a infinite interpretazioni, a cominciare dal gesto più forte che connota la versione di Euripide: l’infanticidio. Il tragediografo greco a più riprese si confronta col mito, lo modifica e lo stravolge. La tragedia conservata, del 431 a.C., è sicuramente innovativa nel trattare un tema attuale, e assai dibattuto a quell’epoca, che toccava da vicino molti Ateniesi del tempo: una legge promulgata da Pericle penalizzava il matrimonio tra un cittadino e una straniera, rendendo i loro figli illegittimi.
Euripide trasforma il mito di Medea in una storia esemplare: dall’antica Colchide (odierna Georgia, sul mar Nero) proviene la donna sapiente che ha accolto gli Argonauti, li ha aiutati a conquistare il vello d’oro, li ha salvati; per amore di Giasone ha abbandonato la patria, tradito la famiglia, ucciso il fratello nella fuga; ha sposato Giasone e gli ha dato dei figli, con innumerevoli peripezie, lo ha seguito fino a Corinto. Proprio qui, nella città greca, è ambientata la Medea di Euripide. A inizio tragedia la sentiamo gridare da fuori scena, prima ancora di vederla irrompere in scena: inveisce contro Giasone che l’ha tradita, violando il patto coniugale e dimenticando che le deve tutto, anche la vita. Il marito fedifrago ha ripudiato la moglie ‘barbara’, cioè non greca, per sposare la figlia di re Creonte e salire al trono di Corinto. Medea non si rassegna a questa sorte, ma chiede giustizia e cerca vendetta: nel corso della tragedia euripidea sarà capace di volgere a suo vantaggio la situazione, con le sue arti suasorie e magiche. Per punire Giasone ucciderà la sua giovane moglie e i suoi stessi figli: privando lui ma anche se stessa del bene più caro condannerà entrambi a una vita dolorosa e infelice.

foto: Gianfranco Negri

Come Baccanti, anche Medea è oggetto di innumerevoli studi nonché di continui allestimenti, adattamenti e riscritture (per un catalogo inevitabilmente incompleto e in aggiornamento si veda la selezione di titoli qui in calce). Da ultimi, molti adattamenti recenti si concentrano su quel che Euripide tralascia o passa sotto silenzio: i figli di Medea, in particolare, nella tragedia greca compaiono in scena ma non come veri interlocutori, bensì come oggetto delle attenzioni dei personaggi adulti; ne sentiamo solo le grida quando la madre sta per ucciderli, dentro casa (vv. 1273–1278). Da qui prendono spunto i registi moderni che spostano l’attenzione sui bambini, non solo nella trama tragica ma in ogni senso, come portatori di uno sguardo ‘altro’, simboli di innocenza, vittime del dissidio coniugale e della violenza domestica. Di volta in volta il loro corpo e la loro camera entrano fisicamente nello spazio scenico, si scrivono per loro nuove battute, si attua una commistione con casi di cronaca.

Tra gli esempi più noti di questa tendenza si possono citare: Studio su Medea di Antonio Latella (Teatro Stabile dell’Umbria, Perugia, 2006), la Medea diretta da Federico Tiezzi a Siracusa (Fondazione INDA, 2023), l’opera francese Medea di Luigi Cherubini nelle versioni di Krzysztof Warlikowski (Théâtre de la Monnaie, Brussels, 2008) e di Damiano Michieletto (Teatro alla Scala, Milano, 2024), fino alla più recente riscrittura di Milo Rau (Medea’s Children, 2024) dove attori bambini interpretano tutti i personaggi (si vedano il vol.12 n.1 di Skenè e la recensione di Enrico Fiore alla replica napoletana).
In questo filone di riscritture rientra per certi versi anche Lidi, che non solo dà voce e corpo ai figli di Medea ma arriva a una soluzione inedita: fa dei bambini un vero asse portante dello spettacolo, una chiave di lettura che rimanda alla contemporaneità. L’intero coro, che nell’originale euripideo è formato da donne di Corinto, qui si trasforma in un gruppo di bambini vestiti da scolaretti d’altri tempi, con i codini e il grembiule nero, i larghi colletti e i calzini bianchi (i costumi sono di Aurora Damanti). I giovani attori, tornati bambini nella finzione, richiamano lo spettacolo più famoso di Kantor, La classe morta, nel contrasto stridente e innaturale tra l’infanzia e l’età adulta, da cui scaturisce una forte inquietudine, un senso di tragedia imminente. 

A inizio spettacolo giocano e si divertono, tra inseguimenti e girotondi (i movimenti di scena sono ben curati da Riccardo Micheletti) per poi crollare a terra, come morti. Dal coro emerge una vecchia-bambina, la nutrice di Medea (molto efficace Veronica d’Elia): è lei, nel prologo, a raccontare l’antefatto, nella bella traduzione di Umberto Albini; è in pena per la sua padrona, Medea, e conoscendola teme che possa fare del male ai bambini, come rivela al pedagogo (Sebastiano Bronzato, che suona anche la fisarmonica). L’angoscia che traspare dalle sue parole si trasmette al coro, che nel corso del dramma perde via via la primitiva innocenza e si fa simbolo evidente di un’infanzia perduta e schiacciata dal peso delle guerre, dalla seconda guerra mondiale fino a oggi, costretta a sfuggire alle bombe e a sopravvivere tra le macerie.
Gli odierni scenari di guerra non sono direttamente evocati, ma incarnati dal coro di bambini e ancor più da Medea: l’attrice che l’impersona (Yiulia Redila) è ucraina, e recita nella sua lingua madre alcune battute pregnanti. Ha una forte presenza scenica, sin da quando si staglia muta — sagoma immobile e minacciosa — in cima alle scale a fondo scena, contro il bosco che fa da cornice naturale al foro di Veleia. Quando entra in scena, e l’occupa saldamente fino alla fine, l’autocontrollo caratterizza i suoi movimenti, gesti, parole. È sempre lei a tenere testa a ogni interlocutore, nei dialoghi che via via l’oppongono a figure maschili in teoria dominanti, ma teatralmente subalterne e remissive: Creonte (Gabriele Graham Gasco), Giasone (Samuele Finocchiaro), Egeo (Stefano Macciocca). Finiscono ad uno ad uno nella sua rete. Li fa cadere in trappola, implacabile, tessendo la sua vendetta come un ragno al centro della tela.

foto: Gianfranco Negri

Anche noi spettatori siamo soggiogati dal suo fascino magnetico. La vediamo soffrire, cedere all’amore materno in un solo momento cruciale: quando si rivolge ai figli e li bacia, straziata, circondata dal girotondo dei bambini sempre più vorticoso. Per un attimo vacilla, rimedita i suoi propositi di vendetta. Ma subito si riprende: la sua scelta ormai è compiuta, e il coro sarà suo complice. Lidi, a differenza di Euripide, neutralizza totalmente Giasone: dopo una danza sfrenata crolla a terra in deliquio e lì rimane fino all’epilogo, senza avere più nessun ruolo nel seguito del dramma, di cui è del tutto inconsapevole. Non vedrà mai più la nuova moglie Glauce, né verrà a sapere della sua orribile morte, dilaniata dal veleno di cui Medea ha intriso i doni nuziali. A raccontarci tutto non è un testimone/messaggero, come accade in Euripide, bensì un’altra attrice uscita dal coro che assume il ruolo della giovane sposa (Ilaria Campani, in alternanza con Eugenia Elifani). La vediamo incedere sorridente, col velo bianco e il bouquet, al braccio di suo padre, come diretta all’altare: è lei stessa a raccontarci il proprio supplizio, con dovizia di particolari, ed è una soluzione registica inedita ed efficace, che tiene il pubblico col fiato sospeso e garantisce una forte empatia.

Lo stesso effetto sortisce il coro, che porta a compimento una tragica trasformazione dall’innocenza infantile alla consapevolezza e accettazione del proprio destino di morte (come nel film Medea di Lars Von Trier). Nel più funebre dei finali, i bambini in fila si schierano muti di fronte al pubblico, come a un plotone di esecuzione. Con movimenti sempre più convulsi mimano gesti suicidi. Vengono incappucciati ad uno ad uno da Medea. Poi voltano le spalle agli spettatori e lentamente si avviano, con lei, verso il fondo scena. In silenzio. Mentre loro scompaiono nel bosco, Giasone si risveglia e li cerca, inizialmente come se giocasse a nascondino: la chiave ludica che apriva lo spettacolo è completamente mutata di senso. Chiama i bambini, ma il suo grido si perde nel vuoto. A differenza che in Euripide, e nella maggioranza degli allestimenti, Giasone non vede più Medea, né i figli esanimi. Nessun incontro tra i due. Nessuna possibilità di riscatto, di dialogo o di scontro. Non c’è volo sul carro del sole, né deus ex machina. “Niente è più possibile ormai”: così Maria Callas/Medea chiudeva il film di Pasolini, profeticamente, quasi sessant’anni fa. Oggi la tragedia è globale. Tra le vittime, incalcolabili, soprattutto i bambini. A questo pensiamo quando Giasone resta solo, senza parole, e ci guarda con gli occhi sbarrati. Ricambiamo il suo sguardo. Anche noi ci sentiamo soli, muti, impotenti, persi. Con lui sprofondiamo nel silenzio e nel buio.

Martina Treu


in copertina: foto di Gianfranco Negri

Per approfondire:


MEDEA
di Euripide
traduzione di Umberto Albini
regia Leonardo Lidi
con Eleonora Bernazza, Agnese Sofia Bonato, Sebastiano Bronzato, Ilaria Campani, Veronica D’Elia, Eugenia Elifani, Samuele Finocchiaro, Gabriele Graham Gasco, Stefano Macciocca, Greta Petronillo, Alma Poli, Yulia Redila
movimenti Riccardo Micheletti
costumi Aurora Damanti
aiuto regia Martina Montini
spettacolo realizzato nell’ambito del progetto speciale Bottega XNL – Fare Teatro
ideato e diretto da Paola Pedrazzini
per Fondazione di Piacenza e Vigevano
produzione Fondazione di Piacenza e Vigevano e Festival di Teatro Antico di Veleia

Veleia Romana, dal 19 al 22 giugno 2026
https://www.veleiateatro.com/